Le religioni e l'animalismo
Le
grandi religioni e gli animali. Il Buddhismo
Gino Ditadi
Tratto da: http://www.auraweb.it/articolo_benessere.asp?cid=12&aid=833
Il buddhismo costituisce la quarta comunità
religiosa del mondo dopo i cristiani, islamici e induisti. Attualmente
conta 350 milioni di seguaci, il 7% della popolazione mondiale. E' diffuso
in 84 Paesi. Il 51% delle comunità è in Asia meridionale, il 48% in Asia
orientale. In alcuni Paesi come Giappone, Vietnam, Birmania, Thailandia,
Sri Lanka, Cambogia, Laos, Bhutan è la religione principale. Dove è
minoritario, come in Cina, Corea del Sud, India, il buddhismo
assolve a un ruolo di grande e profonda influenza spirituale. In Europa
occidentale vi sono circa 250.000 buddhisti.
Nel Museo d'Arte orientale di Roma vi è un rilievo del II secolo d.C.
rappresentante le divinità induiste Brahma e Indra che invitano il Buddha,
seduto sotto l'albero dell'Illuminazione, a comunicare agli altri esseri,
divinità comprese, essendo anch'esse iscritte nel ciclo delle
trasmigrazioni o reincarnazioni, la sua esperienza di liberazione.
Il fondatore di questa religione è un riformatore: il Principe Siddharta
Gautama, nato intorno al 563 a.C. a Kapilavasta, in una regione himalayana
oggi compresa tra il Nepal meridionale e l'estremo Nord dell'India. La sua
vita, come quella di tutti i grandi riformatori è intessuta di leggende.
I testi originari sono andati perduti. Il testo di riferimento
fondamentale è il Canone Pali o Canone dei Tre Canestri redatto dalla
scuola dei Theravādin, seguaci della dottrina 'ortodossa' del Buddha
e dei suoi più diretti discepoli. Il Primo Canestro contiene le regole
etiche dei monaci; il Secondo Canestro, il più importante dal punto di
vista dottrinale, contiene quattromila dialoghi del Buddha con i
discepoli. Il Terzo Canestro ospita trattati etici e filosofici.
Le tre correnti principali del buddhismo sono quelle del Mahayana, Hīnayana
e Vajrayana. Nonostante i diversi approcci alla dottrina originale, i
punti di riferimento comuni, con particolare riguardo al mondo animale,
sono desumibili dall'impianto generale della dottrina alla quale
necessariamente ci si deve riferire. Si deve dire subito che il Buddha
accettava il punto di vista delle Upanishad. La filosofia delle Upanishad
tentava di attenuare le divisioni, distruggere gli odi e le avversioni di
classe, ma in sostanza venivano tollerate, senza essere incoraggiate, le
regole castali.
Inoltre, se nella Chandogya- Upanishad è dichiarato che colui che aspira
alla liberazione deve, tra l'altro, "non procurare mai dolore alle
altre creature", subito dopo si affretta anche a precisare
"eccetto che in taluni luoghi sacri", cioè in occasione dei
sacrifici di animali. Ma al Buddha, all'Illuminato riformatore,
ripugnavano assolutamente tutte le uccisioni di animali come quelle di
uomini. Per il Buddha le uccisioni di animali o uomini sono facce di una
stessa medaglia: espressione di una civiltà fondata sul sangue.
Al clero ereditario il Buddha contrapponeva la fratellanza spirituale;
alle distinzioni di nascita, il merito personale; alla rivelazione vedica,
il ragionamento logico; alla pietà cerimoniale, il concreto esercizio
della compassione (karunā) per tutto ciò che vive e soffre.
L'indignazione e l'odio della casta sacerdotale indù divennero automatici
perché si vide nel buddhismo una forza dissolvitrice delle caste, quindi
antisociale e nemica della fede.
La visione del mondo del Buddha, in particolare di questo mondo, non
poteva essere accolta. Ancora oggi ciò che l'indù rifiuta del buddhismo
non è tanto la concezione metafisica, quanto il suo programma pratico.
Fin dall'inizio della sua storia l'induismo è stato caratterizzato da una
estrema libertà di pensiero e da una ferma rigidità nella vita pratica.
L'induismo non può non respingere il buddhismo, per la semplice ragione
che tale dottrina interferisce con l'organizzazione della società perchè
si sforza di entrare nella vita pratica, quotidiana delle masse.
Si è detto che il buddhismo è una religione atea, ma la questione è più
complessa. Per il buddhismo non vi è nessun Dio Creatore ex nihilo,
Universale, Eterno, Onnisciente. Il più alto principio divino non è né
onnipotente né perfettamente felice. Esistono invece innumerevoli divinità
di ogni rango, nate spontaneamente dall'energia dell'universo, e benché
la loro vita sia più lunga di quella degli uomini e degli animali, è
comunque destinata al dissolvimento. Una divinità Unica (Icvara) non c'è.
Neppure il Brahman, quell'Io cosmico in cui crede l'induista è universale
ed eterno. Manca un centro divino stabile; manca altresì un politeismo
stabile; infatti anche le nature divine, eteree o ctonie sono mortali.
Nessun centro dell'universo, nessuna Coscienza Assoluta.
Così, nei soggetti viventi non vi è nessun lo, nessuna coscienza
permanente, perché gli elementi di cui tutti i viventi sono costituiti
sono il prodotto di forme impermanenti. Tutte le vite, quelle degli dèi,
quelle degli uomini, quelle degli animali sono penose e, fondamentalmente,
vuote, anātam, prive di un principio stabile di individualità. Il
buddhismo nega con forza l'esistenza di un elemento eterno nell'uomo
capace di godere, dopo la morte, di una beatitudine infinita; allo stesso
modo nega che, sulla difficile via della liberazione, si possa avere il
soccorso di una divinità o sperare di unirsi al Divino o, adulando
il presunto Creatore o gli dèi attraverso i sacrifici, sperare di
avere benefici.
Tutti gli esseri sono immersi in un ciclo di vite (samsāra) legato
alla Legge del karma, ossia alla legge della causalità per cui ad "
ogni azione nella vita presente corrisponde un effetto adeguato in quella
successiva. Antitesi del samsāra è il nirvāna. Tutti gli esseri
sono un impasto di materia e la materia è composta di atomi. Le forme di
vita, più o meno pure, che si generano, sono inesorabilmente sottoposte
alla Legge dell'aggregazione (vita) e della disgregazione (morte).
Carattere primo di tutto ciò che esiste è l'impermanenza (anitayta) e
proprio questo fa sì che l'esistere, l'uscire come forme aggregate
dall'oscurità della materia, sia inscindibilmente connesso con il dolore.
Il comune denominatore per tutti i viventi è la sofferenza; è dunque
necessario comprendere che, nel mutare delle forme, il destino è lo
stesso.
Ne seguono regole pratiche semplici che il Buddha raccomanda in un suo
Discorso. "Non uccidere esseri viventi; esortare gli altri a non
farlo. Avere compassione di colui che è nelle ristrettezze. Dare a tutti
i viventi cibi e bevande affinché si ristorino. Avere compassione di
colui che è nelle ristrettezze."
E, in un altro Discorso, il Buddha precisa; "Non dobbiamo uccidere e
neppure ordinare di uccidere". Ogni vita, anche la più piccola, ha
pari dignità. Il monaco buddhista che, assetato, ha egualmente bevuto
acqua in cui sapeva ci fossero piccoli esseri viventi, dovrà fare lunghe
penitenze.
Diversamente dal credo induista, il buddhismo non crede alla
trasmigrazione delle anime (metempsicosi), ma nella reincarnazione in un
pincipio di vita stabile (l'empedoclea metensomatosi) legata alla Legge
del karma.
L'aggregato fisico-chimico è sempre lo stesso, cambia la forma. Poiché
l'anima non può trasmigrare, visto che non esiste, sono le componenti
aggregative di base a farlo, per cui in una sorta di metamorfosi la vita
fiorisce, patisce e si dissolve in un ciclo di forme tutte diverse e,
insieme, tutte uguali. I corpi sono solo 'immagini dipinte'. Con la morte
la Legge cosmica (Dharma) dissolve gli elementi (skandha) e con essi le
sensazioni (vedanā), le idee (samjnā), le impressioni, le
emozioni (samskāra) e la coscienza (vijāana). Questo il percorso
per animali e uomini.
Gli
animali, come gli uomini, hanno sentimento, memoria, intelligenza, sono
capaci di amore e di sacrificio, possono imparare e migliorarsi. II
rispetto per la vita animale è grande e non può essere paragonato alle
etiche religiose occidentali o del vicino Oriente.
Specie per il buddhismo mahayanico, virtù principale è la benevolenza,
la fratellanza universale estesa a tutti gli esseri viventi, l'amore. Ed
è proprio il Mastreya, il Compassionevole, l'Illuminato, il Buddha del
prossimo futuro evo cosmico. La seconda virtù è la Grande Compassione (Māhaka-runā),
la solidarietà che lega tutti gli esseri della terra prigionieri dello
stesso dolore. Tali virtù fanno del buddhismo, dal punto di vista
cronologico, il primo sistema religioso del mondo fondato su un'estensione
totale, a tutti i viventi, del diritto alla vita e al perfezionamento.
Colui che esercita al meglio tali virtù è un Arya, un Meritevole, un
essere nobile che, se necessario, si sacrifica per il bene del prossimo,
come hanno testimoniato, nella storia recente, i monaci che si sono dati
fuoco in Vietnam quale sacrificio estremo contro la guerra.
Le
grandi religioni e gli animali. L'Induismo
Gino Ditadi
Un'esposizione ragionata delle credenze e pratiche relative delle
centinaia di sette indù richiederebbe più di un volume e almeno uno di
cinquecento pagine riguardo al rapporto religione-mondo animale. Poiché
la delineazione di tale rapporto comporta problemi analoghi a quelli che
pone una foresta a un esperto naturalista, mi limiterò a fornire alcuni
lineamenti fondamentali.
Oggi l'induismo è una fede abbracciata da oltre 700 milioni di persone,
diffusa in 84 Paesi. Seicento milioni sono cittadini indiani, ma comunità
induiste importanti sono in Bangladesh, Sri Lanka, Bhutan, Isole Mauritius
(Africa), Guyana, Trinidad (America Latina), Isole Figi (Oceania). Si
contano inoltre 600 000 induisti negli Stati Uniti e 400 000 in Gran
Bretagna.
L'induismo ha origini non chiaramente definite, ma in ogni caso molto
antiche. Ci sono non poche discordanze tra gli studiosi nello stabilire
una cronologia attendibile; quasi tutti sono però concordi nel ritenere
che l'induismo è il risultato di un'evoluzione della religione
vedico-brahmanica, fortemente legato al culto della natura, e la cui
formazione è databile intorno al 1500-1200 a.C.
In questo periodo fu scritto infatti il Rig Veda, che è la nostra fonte
più antica. Altra fonte importante è la Bhāgavād Gītā,
quotidianamente recitata a memoria da milioni di indù di ogni culto. Al
pari dei Germani descritti da Tacito, i primi indù non conoscevano né
templi né immagini del divino. Praticavano i loro riti in luoghi
consacrati nelle foreste, nei boschi, presso fonti d'acqua.
Il passaggio da una società libera alla divisione sociale e
all'accaparramento delle risorse della terra portarono presto alla nascita
delle caste e quindi di divinità antropomorfe con caratteri umani. Il Mahābhārata
ci mostra dèi e dee intossicati dalla brama del potere, dalla sete di
dominio, gelosi, sensuali, combattivi, eccetera, come del resto fa
l'Iliade.
G. Dumézil, che ha studiato l'organizzazione sociale degli antichi indù
ritenendo che essa sia stata la manifestazione più sviluppata del modello
originario indoeuropeo, afferma che la struttura di quella società era
tripartita: sacerdoti, guerrieri, popolo lavoratore. (La struttura della
società europea feudale era analogamente tripartita in oratores,
bellatores, laboratores.)
A questa società tutta terrestre corrisponde un Pantheon, ovvero la
società degli dèi, egualmente divisa in tre classi: gli dèi sovrani che
controllano il mondo con i loro poteri straordinari, gli dèi guerrieri
che combattono i demoni o gli uomini che non si sottomettono a loro e gli
dèi 'economisti' che assicurano la continuità delle specie viventi e
presiedono alle attività economiche. Questo schema è facilmente
rintracciabile in tutte le società indoeuropee a Oriente e ad Occidente,
con una esatta corrispondenza tra Pantheon e struttura sociale.
Un millennio fa il dottissimo musulmano Alberuni scriveva:
«La fede degli individui istruiti differisce sempre da quella degli
individui non istruiti in ogni nazione; la prima spinge a concepire idee
astratte e a definire principi generali, mentre la seconda non va oltre le
percezioni sensibili. [...]
Gli indù credono che Dio è uno, eterno, senza principio e senza fine,
assolutamente libero nell'agire, onnipotente, onnisciente, vivente,
donatore della vita, reggitore, conservatore, unico signore o sovrano, al
di sopra di ogni similitudine o divergenza, che non rassomiglia a nulla e
a cui nulla può rassomigliare [...] Questo è ciò che la gente istruita
crede di Dio [...]
Se però si passa dai concetti degli indù istruiti a quelli della gente
comune, si è costretti ad ammettere che essi presentano una grande varietà.
Alcuni sono semplicemente abominevoli, ma errori del genere si incontrano
anche presso altre religioni».
La grande varietà del rapporto con il divino sottolineata da Alberuni era
già presente nel I e III secolo d.C. Il neopitagorico Apollonio di Tiana,
uno dei grandi teosofi difensori del mondo animale, volle incontrare nei
suoi viaggi importanti Brahmini con i quali ebbe scambi di opinioni «circa
gli dèi, la natura e i viventi».
«La terra produce ogni cosa e chi vuole essere in pace con gli esseri
viventi non ha bisogno di nulla, poiché i suoi frutti si possono cogliere
e altri coltivare secondo le stagioni, in quanto essa è la nutrice dei
suoi figli; ma la gente, come se non udisse le sue grida, affila le spade
contro gli animali per trame vestimento e cibo. I Brahmani dell'India
invece non approvano tale condotta.» (Filostrato Vita di Apollonio, VIII,
7.)
Anche il filosofo Porfirio di Tiro afferma che presso gli indù «quelli
che abitano sulle montagne si cibano di frutta e di latte coagulato con
erbe, quelli che vivono lungo il fiume Gange di frutta e di ciò che
cresce in abbondanza presso il fiume. La terra produce quasi costantemente
frutti e anzi dà anche riso spontaneamente e in abbondanza, che viene
usato quando mancano i frutti. L’assaggiare qualcos'altro o il toccare
cibo tratto da esseri animati è ritenuto presso di loro pari a un atto di
empietà e impurità estrema» (Porfirio De Abstinentia, IV, 17).
È probabile che le testimonianze di Apollonio di Tiana (I secolo d.C.) e
Porfirio (III secolo d.C.) siano da riferirsi a un induismo diverso da
quella religione che era rigido specchio dell'ordine sociale stratificato
in caste. È probabile che gli indù di Apollonio e Porfirio fossero più
vicini al vecchio modello di vita indicato nelle Upanishad che a quella
sorta di pratica giustificazione dello statu quo che sembrava già essere
l'induismo quale espressione diretta della divisione sociale.
L’atteggiamento dell'uomo, nei riguardi del mondo animale è sempre
stato lo specchio del livello di sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo
e così l'atteggiamento nei riguardi del divino. A ogni filosofia della
storia corrisponde non solo una filosofia, ma anche una teologia della
natura e, conseguentemente, parallele vie di liberazione. Ciò vale anche
per l'induismo.
Un sommario esame della divisione sociale in caste ci conduce al rapporto
con gli dèi e con le bestie nella loro opposizione, ma in ogni caso utili
entrambi alla salvezza dell'uomo.
La casta più elevata tra gli indù è quella dei Brahmani, dei Sacerdoti.
La seconda, ma che in origine era la prima, è quella dei Ksatriya, dei
nobili, dei guerrieri (il braccio armato dei Brahmani). La terza è quella
dei Vaisya, costituita da quanti proprietari, si occupano di agricoltura,
commercio, allevamento del bestiame, di attività economiche in genere.
Al di sotto di queste tre articolazioni sociali e religiose (per l'indù
non vi è separazione tra religione e struttura socio-politica), vi sono
le masse dei lavoratori comuni non proprietari: i Sudra, divisi in
centinaia di sottocaste fino ai cosiddetti intoccabili, i Parayar, i
paria, i fuoricasta, gli impuri che occupano il gradino più basso della
scala sociale e religiosa.
Originariamente questi ultimi erano gli 'addetti ai tamburi funerari',
preparavano i cadaveri per i riti. Tutte le professioni che hanno a che
fare con nascite e morti umane o animali, quindi ostetriche, infermieri,
veterinari, conciatori di pelli, giustizieri, crematori, macellai,
eccetera, occupano l'ultimo gradino (prima delle bestie) per ragioni, si
crede, legate a colpe compiute nelle vite precedenti. L’indù crede
infatti nella trasmigrazione delle anime.
«I saggi vedono la stessa anima in un Brahmano dotato di sapienza e di
umiltà, in una vacca, in un elefante e un cane», si legge nella Bhāgavād
Gītā. La trasmigrazione è un fatto reale che presuppone
un'azione etica. .
Mentre per Platone l'idea della trasmigrazione è un simbolo consolante
quale stimolo religioso al compimento di azioni etiche, per l'indù non è
solo una realtà, è una tremenda realtà. L’anima percorre un ciclo di
innumerevoli esistenze e deve passare attraverso un enorme cumulo di
sofferenze e di esperienze della morte dei corpi dei quali è prigioniera.
L’anima errante conosce tutte le angosce di ogni nascita e il
dilaniamento di ogni morte.
Per il credo indù una sola vita ci infligge abbastanza dolori per
sentircene, alla fine, stanchi. Come ci sentiremo dopo 1500 o 4000 vite?
Dice un canto indù (raccolto da E. Gover nel 1884):
«Quante nascite sono passate non posso dire, quante ancora dovranno
passare nessuno può sapere: solo questo io so, e so purtroppo bene: che i
dolori e le afflizioni rendono amara tutta la vita e ogni vita».
Nella trasmigrazione l’anima non si incarna a caso, ma in rapporto alla
vita precedente. Qualora la nostra condotta sa stata particolarmente
riprovevole, il castigo per la nostra anima sarà quello di ritrovarsi in
corpi di animali.
Dopo i paria seguono le bestie, e anche tra queste vi sono caste e
sottocaste.
Caste ascendenti e discendenti esistono anche tra dèi e perfino tra i
demoni. Le caste umane (circa 3000) sono il crocevia paradigmatico di un
ordine gerarchico alto-basso, ascendente-discendente, che abbraccia tutto
ciò che esiste di visibile e di invisibile.
Se un uomo che occupa i vertici della struttura religiosa e della società,
un Brahmano, è avido di denaro, rinascerà in un maiale o in un cane,
insomma entro corpi impuri, destinati alla sofferenza. In altri termini,
tutti gli animali non sono cose o, come credeva il filosofo René
Descartes, degli automi privi di sentimento, d'intelligenza, di memoria,
eccetera, ma esseri con una loro specifica personalità. Tutto il
dibattito oggi esistente in ambito cattolico sul concetto di persona e
sulla sua non estensibilità agli animali è per l'induista (e non solo
per lui) un assurdo.
L'induista vede nella condizione animale una sorta di purgatorio o di
inferno e, spesso, scorge in molti uomini crudeli i contorni di figure
demoniache che tormentano le anime. In ciò vi sono singolari analogie con
l'antico pitagorismo. Come le preghiere per i defunti costituiscono una
pratica religiosa importante per il cattolico, affinché l'anima del
trapassato possa agevolmente superare certe prove nell'aldilà, così le
preghiere del fedele indù servono alla remissione di una parte di quel
tempo che le anime sarebbero costrette a consumare in forma animale.
Per un indù la distruzione dello spirito, dell'anima è impossibile
quanto la distruzione della materia per un fisico europeo. Tutto ciò che
vive è dotato di anima e quindi di intelligenza. Ne consegue una grande
considerazione del mondo animale di cui in Occidente, soprattutto dopo la
fine del mondo antico, non esiste paragone.
Scrive l'antropologo M. Harris:
“L'induismo immagina le creature come anime che si trovano a diversi
stadi del percorso di avvicinamento al nirvana. Occorrono 86
trasmigrazioni per passare da demone a vacca. Nella successiva
trasmigrazione l'anima assumerà sembianze umane.
Ma l'anima può sempre riprecipitare all'indietro. L'anima di una persona
che uccide una vacca deve aspettarsi di ritornare allo stadio più basso e
di dover ricominciare tutto da capo. Gli dèi vivono incarnati nelle
vacche. I teologi indù ritengono che il numero di divinità presenti nel
corpo di una vacca ammonti a 330 milioni. Accudire e venerare le vacche ti
porterà al nirvàna per ventun generazioni venture.'
Per aiutare e assistere l'anima del caro estinto nel suo viaggio verso la
salvezza, i parenti offrono danaro per mantenere le mandrie di vacche che
gravitano attorno ai templi. Credono infatti che il morto debba
attraversare una corrente molto impetuosa e che tali donazioni assicurino
al caro estinto il privilegio di potersi aggrappare saldamente alla coda
di una vacca quando si troverà a
dover nuotare in questa corrente impetuosa. Per la stessa ragione un indù
osservante chiederà una coda di vacca cui tenersi saldamente nel corso
dell'agonia”.
L'induismo ha le sue radici nel Rig Veda e nelle Upanishad, ma è anche il
risultato di innesti e incroci di culture e credenze molto varie.
“L'induismo non è una religione nel senso ebraico–cristiano-islamico,
avente al centro una Rivelazione unica annunciata da una figura divina o
da un profeta, con dogmi unici difesi da una Chiesa, la cui violazione
costituisca eresia, bensì un amalgama di religioni probabilmente di
disparata origine che hanno in comune una particolare 'visione del mondo'
e una prospettiva di salvezza, alla cui formazione concorrono diversissime
vie cultuali, mistiche e metafisiche.”
In ogni caso il fondamento comune è la disperata ricerca di una via di
liberazione dall'infinito flusso, samsara, doloroso e non - significante
attraverso una lunga serie di esistenze condizionate dal frutto (phala)
delle azioni compiute (karman) nelle precedenti vite.
La liberazione (moksa) è il distacco dell’Ātman, il Sé, l'anima
individuale dal corpo e l'unione con l'Assoluto (Brahman), superando
totalmente ogni principium individuationis, ogni carcere per l'anima.
Allora, come indicano le Upanishad, ciascuno sarà tutto in una sorta di
fusione assoluta dove il perdersi è un rigenerarsi in altra dimensione.
L'anima non si distrugge, si distende, come una piccola goccia d'acqua che
raggiunga un immenso oceano di silenzio e di pace.
“Tu sei la donna. Tu sei l'uomo. Sei l'ape blu e la verde farfalla dagli
occhi rossi. Il lampo ti è figlio. Sei le stagioni e i mari. Sei il
Tutto. Sei l'Onnipresente.”
In senso teistico il congiungimento con il Brahman è l'unione-fusione
nell'Assoluto-Dio inteso come Persona Assoluta; in senso filosofico è
unione allo Spirito del Mondo o all'Anima del Mondo; in senso ateistico è
il ritorno alla materia dove avviene una sorta di metamorfosi empedoclea,
un rimpasto che prelude a nuove forme nel tempo, una migrazione di forme
di vita (metensomatosi) piuttosto che di anime (metempsicosi).
La divinità più alta dalla quale tutte le altre sono venute quali sue
manifestazioni è Brahmā, personificazione del Sé Assoluto che si
'individua' poi in moltissime altre divinità come Savītrī
(principio femminile), Sarasvatī (principio femminile della
creazione), Vishnù (principio che attende alla conservazione del mondo,
l'Essere Supremo per la corrente vishnuita, che si manifesta nel mondo nei
momenti di grave crisi e decadenza incarnandosi in importanti personalità
per ristabilire l'or- dine, cosa che ha fatto per nove volte; l'ultima, la
decima, è imminente).
Il Settimo Avatara (reincarnato) di Vishnù fu l'Eroe Rāma le cui
gesta sono narrate nel poema epico Rāmāyana nel quale Rāma
è aiutato nelle sue imprese da un esercito di uomini-scimmia guidati
dalla divinità uomo-scimmia Hanuman.
Rāma, escluso Krishna, è la figura del Pantheon induista più
venerato. Ottava incarnazione di Vishnù è Krishna, divinità
originariamente protettrice delle greggi. La Nona è l'incarnazione del
Buddha. La Decima sarà il ritorno di Vishnù come Cavaliere
dell'Apocalisse (Kalkin) che annienterà il male e instaurerà la
giustizia e la pace. Altre importanti divinità sono Devi o Pārvàti,
divinità femminile, Durgā che combatte i demoni e i nemici degli dèi.
Se, come ho detto, tra gli Indù eredi dei Veda e delle Upanishad la
considerazione del mondo animale è alta (esistono da millenni in India
ospedali per animali dove, una volta curati, vengono liberati, ma non
restituiti al proprietario perché li sfrutti e li macelli), non poche
scuole induiste ritengono utile alla conciliazione con il divino (o il
demoniaco), il sacrificio di sangue.
La dea, ricevuto il sacrificio, elargirà i beni richiesti, libererà
dalle malattie o da condizioni penose. L'indù rinnoverà le offerte solo
dopo aver ottenuto quanto richiesto. In questo l'induismo è una sorta di
contratto sociale tra due comunità, spiriti e uomini, in relazione
d'affari. Molto spesso la devozione religiosa indù aumenta o diminuisce
in proporzione all'utile che il fedele si attende (ciò che comunque non
è proprio del solo induismo).
Non sappiamo quando si sia affermato tra le caste dei Brahmani il
vegetarianesimo. Sappiamo solo che il regime alimentare vegetariano
divenne obbligatorio a partire dal XVIII secolo per tutte le alte caste
indù, eccetto che in Bengala, e lo è tuttora. Le caste più basse
possono mangiare.
Nel Bengala tutte le caste, tutte le classi sociali si cibano, e si
cibavano in passato, di animali, compresi i pesci, benché molti se ne
astengano per osservanza. Come è noto, la carne bovina rappresenta il
supremo divieto per tutti gli indù. La vacca è simbolo della Terra-Madre
e la sua uccisione è il più orribile dei delitti (Mahābhārata,
XII, 149, 5). Ma riguardo alle altre carni non ci sono particolari
restrizioni per le capre, le pecore, i daini, i piccioni, le anatre. I
polli invece, nel Bengala, sono tabù.
Gli indù tradizionalisti, se intendono mangiare carne, usano inviare una
o due capre come offerta sacrificale a Kali. Dopo il sacrificio, la testa
viene trattenuta dalla dea, ossia dai sacerdoti, il resto viene ritirato
dall'officiante per essere cucinato e mangiato.
In Bengala quasi tutte le classi consumano soprattutto pesce il che,
nell'India del Nord, è addirittura aborrito perché Vishnù, nella sua
incarnazione era stato un pesce (anche nell'antico Egitto, Horo era
associato al pesce).
In un'importante iscrizione monumentale, scoperta a Pataliputra, si legge
che l'imperatore Asoka, fondatore del primo grande regno indiano (272
a.C., convertitosi al buddhismo dopo essere stato sconvolto dagli orrori
della guerra per la conquista di Kalinga, 100.000 morti, 150.000
deportati), proibì la macellazione degli animali. Asoka aveva compreso lo
stretto nesso tra guerra (massacro di uomini) e mattatoio (massacro di
animali). È la comprensione di questo nesso e il conseguente rifiuto di
un ordine in cui si massacrano gli uomini e si mangiano gli animali che
porta Asoka al buddhismo, come altri, in altri contesti, erano stati
condotti allo zoroastrismo.
Tratto da: http://www.auraweb.it/articolo_benessere.asp?cid=12&aid=834
Messaggio
di Giovanni Paolo II
XXIII Giornata Mondiale della Pace - 1 gennaio 1990
PACE
CON DIO CREATORE. PACE CON TUTTO IL CREATO
I
- “E Dio vide che era cosa buona”
II - La crisi ecologica: un problema morale
III - Alla ricerca di una soluzione
IV - L’urgenza di una nuova solidarietà
V - La questione ecologica: una responsabilità di tutti
Si
avverte ai nostri giorni la crescente consapevolezza che la pace mondiale
sia minacciata, oltre che dalla corsa agli armamenti, dai conflitti
regionali e dalle ingiustizie tuttora esistenti nei popoli e tra le
nazioni, anche dalla mancanza del dovuto rispetto per la natura, dal
disordinato sfruttamento delle sue risorse e dal progressivo
deterioramento della qualità della vita. Tale situazione genera un senso
di precarietà e di insicurezza, che a sua volta favorisce forme di
egoismo collettivo, di accaparramento e di prevaricazione.
Di fronte al diffuso degrado ambientale l’umanità si rende ormai conto
che non si può continuare ad usare i beni della terra come nel passato.
L’opinione pubblica ed i responsabili politici ne sono preoccupati,
mentre studiosi delle più diverse discipline ne esaminano le cause. Sta
così formandosi una coscienza ecologica, che non deve essere mortificata,
ma anzi favorita, in modo che si sviluppi e maturi trovando adeguata
espressione in programmi ed iniziative concrete.
Non pochi valori etici, di fondamentale importanza per lo sviluppo di una
società pacifica, hanno una diretta relazione con la questione
ambientale.
L’interdipendenza delle molte sfide, che il mondo odierno deve
affrontare, conferma l’esigenza di soluzioni coordinate, basate su una
coerente visione morale del mondo.
Per il cristiano una tale visione poggia sulle convinzioni religiose
attinte alla Rivelazione. Ecco perché, all’inizio di questo messaggio,
desidero richiamare il racconto biblico della creazione, e mi auguro che
coloro i quali non condividono le nostre convinzioni di fede possano
egualmente trovarvi utili spunti per una comune linea di riflessione e di
impegno.
I
- «E Dio vide che era cosa buona»
Nelle pagine della Genesi, nelle quali
è consegnata la prima autorivelazione di Dio all’umanità (1-3),
ricorrono come un ritornello le parole: «E Dio vide che era cosa buona».
Ma quando, dopo aver creato il cielo e il mare, la terra e tutto ciò che
essa contiene, Iddio crea l’uomo e la donna, l’espressione cambia
notevolmente: «E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto
buona» (Gen 1,31). All’uomo e alla donna Dio affidò tutto il resto
della creazione, ed allora come leggiamo - potè riposare «da ogni suo
lavoro» (Gen 2,3).
La chiamata di Adamo ed Eva a partecipare all’attuazione del piano di
Dio sulla creazione stimolava quelle capacità e quei doni che distinguono
la persona umana da ogni altra creatura e, nello stesso tempo, stabiliva
un ordinato rapporto tra gli uomini e l’intero creato. Fatti ad
Essi, invece, con il loro peccato distrussero l’armonia esistente
ponendosi deliberatamente contro il disegno del Creatore. Ciò portò non
solo all’alienazione dell’uomo da se stesso, alla morte e al
fratricidio, ma anche ad una certa ribellione della terra nei suoi
confronti (cfr. Gen
I cristiani professano che nella morte e nella Risurrezione di Cristo si
è compiuta l’opera di riconciliazione dell’umanità col Padre, a cui
«piacque... riconciliare a sè tutte le cose, pacificando col sangue
della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e
quelle nei cieli» (Col 1,19-20). La creazione è stata così rinnovata (cfr.
Ap 21,5), e su di essa, prima sottoposta alla «schiavitù» della morte e
della corruzione (cfr. Rm 8,21), si è effusa una nuova vita, mentre noi
«aspettiamo nuovi cieli e una nuova terra, nei quali avrà stabile dimora
la giustizia» (2Pt 3,13). Così il Padre «ci ha fatto conoscere il
mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in
lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: cioè il
disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1,9-10).
Queste considerazioni bibliche illuminano meglio il rapporto tra l’agire
umano e l’integrità del creato. Quando si discosta dal disegno di
Dio creatore, l’uomo provoca un disordine che inevitabilmente si
ripercuote sul resto del creato. Se l’uomo non è in pace con Dio, la
terra stessa non è in pace: «Per questo è in lutto il paese e chiunque
vi abita langue, insieme con gli animali della terra e con gli uccelli del
cielo; perfino i pesci del mare periranno» (Os 4,3).
L’esperienza di questa «sofferenza» della terra è comune anche a
coloro che non condividono la nostra fede in Dio. Stanno, infatti, sotto
gli occhi di tutti le crescenti devastazioni causate nel mondo della
natura dal comportamento di uomini indifferenti alle esigenze recondite,
eppure chiaramente avvertibili, dell’ordine e dell’armonia che lo
reggono.
Ci si chiede, pertanto, con ansia se si possa ancora porre rimedio ai
danni provocati. E’ evidente che un’idonea soluzione non può
consistere semplicemente in una migliore gestione, o in un uso meno
irrazionale delle risorse della terra. Pur riconoscendo l’utilità
pratica di simili
II
- La crisi ecologica: un problema morale
Alcuni
elementi della presente crisi ecologica ne rivelano in modo evidente il
carattere morale. Tra essi, in primo luogo, è da annoverare
l’applicazione indiscriminata dei progressi scientifici e tecnologici.
Molte recenti scoperte hanno arrecato innegabili benefici all’umanità;
esse, anzi, manifestano quanto sia nobile la vocazione dell’uomo a
partecipare responsabilmente all’azione creatrice di Dio nel mondo. Si
è, però, constatato che la applicazione di talune scoperte nell’ambito
industriale ed agricolo produce, a lungo termine, effetti negativi. Ciò
ha messo crudamente in rilievo come ogni intervento in un’area
dell’ecosistema non possa prescindere dal considerare le sue conseguenze
in altre aree e, in generale, sul benessere delle future generazioni.
Il
graduale esaurimento dello strato di ozono e l’«effetto serra» hanno
ormai raggiunto dimensioni critiche a causa della crescente diffusione
delle industrie, delle grandi concentrazioni urbane e dei consumi
energetici. Scarichi industriali, gas prodotti dalla combustione di
carburanti fossili, incontrollata deforestazione, uso di alcuni tipi di diserbanti,
refrigeranti e propellenti: tutto ciò - com’è noto - nuoce
all’atmosfera ed all’ambiente. Ne sono derivati molteplici cambiamenti
meteorologici ed atmosferici, i cui effetti vanno dai danni alla salute
alla possibile futura sommersione delle terre basse.
Mentre in alcuni casi il danno forse è ormai irreversibile, in molti
altri esso può ancora essere arrestato. E’ doveroso, pertanto, che
l’intera comunità umana - individui, Stati ed organismi internazionali
- assuma seriamente le proprie responsabilità.
Ma il segno più profondo e più grave delle implicazioni morali, insite
nella questione ecologica, è costituito dalla mancanza di rispetto per la
vita, quale si avverte in molti comportamenti inquinanti. Spesso le
ragioni della produzione prevalgono sulla dignità del lavoratore e gli
interessi economici vengono prima del bene delle singole persone, se non
addirittura di quello di intere popolazioni. In questi casi,
l’inquinamento o la distruzione riduttiva e innaturale, che talora
configura un vero e proprio disprezzo dell’uomo.
Parimenti, delicati equilibri ecologici vengono sconvolti per
un’incontrollata distruzione delle specie animali e vegetali o per
un incauto sfruttamento delle risorse; e tutto ciò - giova ricordare -
anche se compiuto nel nome del progresso e del benessere, non torna, in
effetti, a vantaggio dell’umanità.
Infine, non si può non guardare con profonda inquietudine alle
formidabili possibilità della ricerca biologica. Forse non è ancora in
grado di misurare i turbamenti indotti in natura da una indiscriminata
manipolazione genetica e dallo sviluppo sconsiderato di nuove specie di
piante e forme di vita animale, per non parlare di inaccettabili
interventi sulle origini della stessa vita umana. A nessuno sfugge come,
in un settore così delicato, l’indifferenza o il rifiuto delle norme
etiche fondamentali portino l’uomo alla soglia stessa
dell’autodistruzione.
E’ il rispetto per la vita e, in primo luogo, per la dignità della
persona umana la fondamentale norma ispiratrice di un sano progresso
economico, industriale e scientifico.
E’ a tutti evidente la complessità del problema ecologico. Esistono,
tuttavia, alcuni principi basilari che, nel rispetto della legittima
autonomia e della specifica competenza di quanti sono in esso impegnati,
possono indirizzare la ricerca verso idonee e durature soluzioni. Si
tratta di principi essenziali per la costruzione di una società pacifica,
la quale non può ignorare né il rispetto per la vita, né il senso
dell’integrità del creato.
III
- Alla ricerca di una soluzione
Teologia, filosofia e scienza concordano
nella visione di un universo armonioso, cioè di un vero «cosmo», dotato
di una sua integrità e di un suo interno e dinamico equilibrio. Questo
ordine deve essere rispettato: l’umanità è chiamata ad esplorarlo, a
scoprirlo con prudente cautela e a farne poi uso salvaguardando la sua
integrità.
D’altra parte, la terra è essenzialmente un’eredità comune, i cui
frutti devono essere a beneficio di tutti. «Dio ha destinato la terra e
tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e popoli»,
ha riaffermato il Concilio Vaticano II («Gaudium et Spes», 69). Ciò ha
I concetti di ordine nell’universo e di eredità comune mettono entrambi
in rilievo che è necessario un sistema di gestione delle risorse della
terra meglio coordinato a livello internazionale. Le dimensioni dei
problemi ambientali superano, in molti casi, i confini dei singoli Stati:
la loro soluzione, dunque, non può essere trovata unicamente a livello
nazionale.
Recentemente sono stati registrati alcuni promettenti passi verso questa
auspicata azione internazionale, ma gli strumenti e gli organismi
esistenti sono ancora inadeguati allo sviluppo di un piano coordinato di
intervento. Ostacoli politici, forme di nazionalismo esagerato ed
interessi economici, per non ricordare che alcuni fattori, rallentano, o
addirittura impediscono la cooperazione internazionale e l’adozione di
efficaci iniziative a lungo termine.
L’asserita necessità di un’azione concertata a livello internazionale
non comporta certo una diminuzione della responsabilità dei singoli
Stati. Questi, infatti, debbono non solo dare applicazione alle norme
approvate insieme con le autorità di altri Stati, ma anche favorire, al
loro interno, un adeguato assetto socio-economico, con particolare
attenzione ai settori più vulnerabili della società. Spetta ad ogni
Stato, nell’ambito del proprio territorio, il compito di prevenire il
degrado dell’atmosfera e della biosfera, controllando attentamente, tra
l’altro, gli
IV
- L’urgenza di una nuova solidarietà
La crisi ecologica pone in evidenza
l’urgente necessità morale di una nuova solidarietà, specialmente nei
rapporti tra i paesi in via di sviluppo e i paesi altamente
industrializzati. Gli Stati debbono mostrarsi sempre più solidali e fra
loro complementari nel promuovere lo sviluppo di un ambiente naturale e
sociale pacifico e salubre. Ai paesi da poco industrializzati, per
esempio, non si può chiedere di applicare alle proprie industrie nascenti
certe norme ambientali restrittive, se gli Stati industrializzati non le
applicano per primi al loro interno. Da
Nessun piano, nessuna organizzazione, tuttavia, sarà in grado di operare
i cambiamenti intravisti, se i responsabili delle nazioni di tutto il
mondo non saranno veramente convinti della assoluta necessità di questa
nuova solidarietà, che la crisi ecologica richiede e che è essenziale
per la pace. Tale esigenza offrirà opportune occasioni per consolidare le
pacifiche relazioni tra gli Stati.
Occorre anche aggiungere che non si otterrà il giusto equilibrio
ecologico, se non saranno affrontate direttamente le forme strutturali di
povertà esistenti nel mondo. Ad esempio, la povertà rurale e la
distribuzione della terra in molti paesi hanno portato ad un’agricoltura
di mera sussistenza e all’impoverimento dei terreni. Quando la terra non
produce più, molti contadini si trasferiscono in altre zone,
incrementando spesso il processo di deforestazione incontrollata, o si
stabiliscono in centri urbani già carenti di strutture e servizi. Inoltre,
alcuni paesi fortemente indebitati stanno distruggendo il loro patrimonio
naturale con la conseguenza di irrimediabile squilibri ecologici, pur di
ottenere nuovi prodotti di esportazione. Di fronte a tali situazioni,
tuttavia, mettere sotto accusa soltanto i poveri per gli effetti
ambientali negativi da essi provocati, sarebbe un modo inaccettabile di
valutare le responsabilità. Occorre, piuttosto, aiutare i poveri, a cui
la terra e affidata come a tutti gli
Ma c’è un’altra pericolosa minaccia che ci sovrasta: la guerra. La
scienza moderna dispone già, purtroppo, della capacità di modificare
l’ambiente con intenti ostili, e tale manomissione potrebbe avere a
lunga scadenza effetti imprevedibili e ancora più gravi. Nonostante che
accordi internazionali proibiscano la guerra chimica, batteriologica e
biologica, sta di fatto che nei laboratori continua la ricerca per lo
sviluppo di nuove armi offensive, capaci di alterare gli equilibri
naturali.
Oggi qualsiasi forma di guerra su scala
mondiale causerebbe incalcolabili danni ecologici. Ma anche le guerre
locali o regionali, per limitate che siano, non solo distruggono le vite
umane e le strutture della società, ma danneggiano la terra, rovinando i
raccolti e la vegetazione e avvelenando i terreni e le acque. I
sopravvissuti alla guerra si trovano nella necessità di iniziare una
nuova vita in condizioni naturali molto difficili, che creano a loro volta
situazioni di grave disagio sociale, con conseguenze negative anche di
ordine ambientale.
La società odierna non troverà soluzione al problema ecologico, se non
rivedrà seriamente il suo stile di vita. In molte parti del mondo essa è
incline all’edonismo e al consumismo e resta indifferente ai danni che
ne derivano.
Come ho già osservato, la gravità della situazione ecologica rivela
quanto sia profonda la crisi morale dell’uomo. Se manca il senso del
valore della persona e della vita umana, ci si disinteressa degli altri e
della terra. L’austerità, la temperanza, l’autodisciplina e lo
spirito di sacrificio devono informare la vita di ogni giorno affinché
non si sia costretti da parte di tutti a subire le conseguenze negative
della noncuranza dei pochi.
C’è
dunque l’urgente bisogno di educare alla responsabilità ecologica:
responsabilità verso gli altri; responsabilità verso l’ambiente. E
un’educazione che non può essere basata semplicemente sul sentimento o
su un indefinito velleitarismo. Il suo fine non può essere né ideologico
né politico, e la sua impostazione non può poggiare sul rifiuto del
mondo moderno o sul vago desiderio di un ritorno al «paradiso perduto».
La vera educazione alla responsabilità comporta un’autentica
conversione nel modo di pensare e nel comportamento. Al riguardo, le
Chiese e le altre istituzioni religiose, gli organismi governativi, anzi
tutti i componenti della società hanno un preciso ruolo da svolgere. Prima
educatrice, comunque, rimane la famiglia, nella quale il fanciullo impara
a rispettare il prossimo e ad amare la natura.
Non
si può trascurare, infine, il valore estetico del creato. Il contatto con
la natura è di per sé profondamente
rigeneratore come la contemplazione del suo splendore dona pace e serenità.
La Bibbia parla spesso della bontà e della bellezza della creazione,
chiamata a dar gloria a Dio (cfr. ex gr., Gen 1,4 ss; Sal 8,2;
104[103],1ss; Sap 13,3-5; Sir 39,16.33; 43,1.9).
Forse più difficile, ma non meno intensa, può essere la contemplazione
delle opere dell’ingegno umano. Anche le città possono avere una loro
particolare bellezza, che deve spingere le persone a tutelare l’ambiente
circostante. Una buona pianificazione urbana è un aspetto importante
della protezione ambientale, e il rispetto per le caratteristiche
morfologiche della terra e un indispensabile requisito per ogni
insediamento ecologicamente corretto. Non va trascurata, insomma, la
relazione che c’è tra un’adeguata educazione estetica e il
mantenimento di un ambiente sano.
V
- La questione ecologica: una responsabilità di tutti
Oggi la questione ecologica ha assunto
tali dimensioni da coinvolgere la responsabilità di tutti. I vari aspetti
di essa, che ho illustrato, indicano la necessità di sforzi concordati,
al fine di stabilire i rispettivi doveri ed impegni dei singoli, dei
popoli, degli Stati e della comunità internazionale. Ciò non solo va di
pari passo con i tentativi di costruire la vera pace, ma oggettivamente li
conferma e li rafforza. Inserendo la questione ecologica nel più vasto
contesto della causa della pace nella società umana, ci si rende meglio
conto di quanto sia
Anche gli uomini e le donne che non hanno particolari convinzioni
religiose, per il senso delle proprie responsabilità nei confronti del
bene comune, riconoscono il loro dovere di contribuire al risanamento
dell’ambiente. A maggior ragione, coloro che credono in Dio creatore e,
quindi, sono convinti che nel mondo esiste un ordine ben definito e
finalizzato devono sentirsi chiamati ad occuparsi del problema. I
cristiani, in particolare, avvertono che i loro compiti all’interno del
creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte
della loro fede. Essi, pertanto, sono consapevoli del vasto campo di
cooperazione ecumenica ed interreligiosa che si apre dinanzi a loro.
A conclusione di questo messaggio, desidero rivolgermi direttamente ai
miei fratelli e alle mie sorelle della Chiesa cattolica per ricordar loro
l’importante obbligo di prendersi cura di tutto il creato. L’impegno
del credente per un ambiente sano nasce direttamente dalla sua fede in Dio
Il rispetto per la vita e per la dignità della persona umana include
anche il rispetto e la cura del creato, che è chiamato ad unirsi
all’uomo per glorificare Dio (cfr. Sal 148[147] et Sal 96[95]).
San Francesco d’Assisi, che nel 1979 ho proclamato celeste
patrono dei cultori dell’ecologia (cfr. «Inter Sanctos»: AAS 71
[1979], 1509s), offre ai cristiani l’esempio dell’autentico e pieno
rispetto per l’integrità del creato. Amico dei poveri, amato dalle
creature di Dio, egli invitò tutti - animali, piante, forze naturali,
anche fratello sole e sorella luna - ad onorare e lodare il Signore.
Dal Poverello di Assisi ci viene la testimonianza che, essendo in pace con
Dio, possiamo meglio dedicarci a costruire la pace con tutto il creato, la
quale è inseparabile dalla pace tra i popoli.
Auspico che la sua ispirazione ci aiuti a conservare sempre vivo il senso
della «fraternità» con tutte le cose create buone e belle da Dio
onnipotente, e ci ricordi il grave dovere di rispettarle e custodirle con
cura, nel quadro della più vasta e più alta fraternità umana.
Dal Vaticano, 8 dicembre dell’anno 1989
I Catari
I Catari erano convinti che Satana avesse scritto, o avesse influenzato
a scrivere il Vecchio Testamento; per loro Abramo, come tanti, non era
altro che una figura diabolica. Tutte le cose materiali che si vedono
sulla terra sono vane e vengono da Satana. La terra è un luogo malvagio
e tornerà nel nulla da dove è venuta. La terra è l'inferno.
L'anima si trova nel corpo, mentre lo spirito è al di fuori e sorveglia
l'anima. Il corpo è una prigione che tiene prigioniero l'angelo messo lì
da Satana. Gesù Cristo è la salvezza. Egli rivela la verità, libera
gli spiriti imprigionati ed indica la via che porta al Dio Buono.
Per i Catari esisteva la reincarnazione. Le persone che non avevano
ricevuto il battesimo spirituale si sarebbero reincarnate da una a 9
volte. Esiste, però, un documento da cui si evince che tutte le anime
si sarebbero salvate. Giacomo Antier e Guglielmo Balbaria
dicevano:"Ogni creatura fatta dal Padre celeste, cioè gli spiriti
e le anime, sarà salvata, e nessuno di loro perirà... Essi andranno di
corpo in corpo, finché non giungano in un corpo nel quale pervengano
allo stato di verità e di giustizia e vi diventino buoni
cristiani".
I Catari criticavano la Chiesa Cattolica. A questa contrapponevano la
loro Chiesa, che è la Chiesa di Dio, una Chiesa interiore. Non
ammettevano il battesimo d'acqua, l'eucaristia, non esisteva alcun
edificio sacro; la loro Chiesa erano i fedeli in mezzo ai quali stava
Gesù e vi sarebbe rimasto fino alla fine del mondo.
Per i Catari la morte del Cristo era una manifestazione satanica; la
Croce era semplicemente uno strumento di tortura, la Crocifissione non
aveva nulla a che fare con il divino.
Una loro preghiera recita:
Farisei ingannatori, che state alla porta del regno e impedite di
entrare a coloro che lo vorrebbero, mentre voi non volete!
Per questo prego il Padre santo degli spiriti buoni, che ha il potere di
salvare le anime, e fa germogliare e fiorire per gli spiriti buoni, e
per causa dei buoni dà vita ai malvagi e lo farà finché essi vadano
nel mondo dei buoni.
E < lo farà > fino a quando non vi sarà più < nei > cieli
inferiori, che appartengono ai sette regni, nessuno dei miei che sono
caduti dal paradiso, da dove Lucifero li ha tratti con il falso pretesto
che Dio non prometteva loro altro che il bene, mentre il diavolo nella
sua grande falsità prometteva loro sia il male che il bene. E disse che
avrebbe dato loro donne che avrebbero amato moltissimo e avrebbe dato
signoria agli uni sugli altri, e che vi sarebbero stati fra loro re e
conti e imperatori, e che con un uccello ne avrebbero catturato un altro
e con una bestia un'altra.
<E disse che> tutti coloro che si fossero sottomessi a lui
sarebbero discesi e avrebbero avuto il potere di fare il male e il bene
come Dio in alto, e che per loro sarebbe stato molto meglio essere in
basso e fare il male e il bene che essere in alto dove Dio non dava loro
che il bene.
E così salirono su un cielo di vetro e, appena vi furono saliti,
caddero e furono perduti.
E Dio discese dal cielo con dodici Apostoli e si adombrò in santa Maria."
Concezioni identiche già si erano riscontrate con i Paluciani e i
Bogomili.
I Catari erano in possesso di qualcosa che poteva mettere in discussione
il cattolicesimo; come poteva la Chiesa Cattolica rimanere insensibile?
Anzi doveva fare di tutto per impossessarsene. Bisognava prendere una
decisione, l'unica possibile era il loro sterminio. C'è da aggiungere
che in quel periodo il movimento cataro era molto radicato nella
Linguadoca ed era diventato ormai alternativo al cattolicesimo. Nel 1208
in Linguadoca venne assassinato uno dei legati pontifici. Papa Innocenzo
III bandì allora una Crociata contro l'eresia.
Nel 1244 cadde l'ultima fortezza, Montségur. Montségur si trova a 40
Km da Rennes-le-Château. I Catari si erano stabili nella fortezza nel
1208, dopo due anni che Raymond de Perelha, signore di Montségur, la
aveva ristrutturata.
L'architettura della Fortezza di Montségur ha una particolarità:
durante il solstizio d'estate, i primi raggi del sole attraversano il
loggione da parte a parte. Per alcuni è un caso, per altri è la prova
di un culto solare. Forse altro non è che il desiderio di essere in
armonia con la natura.
La dottrina
I catari erano dei dualisti cristiani, che accettavano il Nuovo
Testamento, e in questo si distinsero dai manichei, con i quali venivano
spesso accomunati dai cattolici. Essi credevano nell'esistenza di due
principi contrapposti, il Bene ed il Male, impersonificati
rispettivamente dal Dio santo e giusto, descritto nel Nuovo Testamento,
e dal Dio nemico o Satana. Come si è
detto, il c. si divideva in due filoni: quello assoluto e quello
moderato.
Per i dualisti assoluti, i due Dei erano sempre esistiti in una eterna
lotta ed avevano creato i loro due mondi, quello dello spirito e
contrapposto quello imperfetto della materia, il mondo nel quale viviamo
noi.
Per i dualisti moderati, Satana non era un dio, ma un angelo ribelle
caduto, che aveva comunque creato il mondo materiale. Alcuni degli
angeli (circa un terzo), cioè gli spiriti, furono lusingati ad unirsi a
Satana, che li intrappolò successivamente nei corpi umani, impedendo
loro di ritornare dal Dio giusto.
L'anelito continuo, quindi, dello spirito, dalla sua dolorosa prigionia
nel corpo dell'uomo, era quello di poter tornare un giorno da Dio Padre,
cosa che i c. cercavano di fare attraverso il Consolament, durante la
loro vita, perché altrimenti sarebbero stati costretti a subire una
continua metempsicosi (passaggio dello spirito da un corpo all'altro,
anche animale), fino a potersi riunire di nuovo con Dio.
La figura di Cristo, solo apparentemente, coincideva con la dottrina
cattolica. In realtà non era affatto così: i c. credevano che Cristo
fosse un angelo di Dio, chiamato Giovanni, secondo Belibasta, che era
sceso sulla terra sotto forma di puro spirito. Quindi anche i c.
aderivano al concetto docetista della mera apparenza della nascita,
sofferenza e morte di Cristo sulla terra. Automaticamente
venivano a cadere due simboli cristiani, legati alla vita terrena di
Cristo: la croce, che i c. negavano, se non odiavano, e la
transustanziazione, la trasformazione cioè, del pane e vino in corpo e
sangue di Cristo durante l'eucaristia, che i c. respingevano con orrore.
I riti e la
liturgia
I catari rifiutarono la maggior parte dei riti e delle liturgie
cristiane per utilizzare le proprie, che erano:
- Innanzitutto il Consolament, una forma di rito complesso con
imposizione delle mani, fatto ad adulti, che riuniva in sé il valore
dei sacramenti cristiani del battesimo, della comunione, della
ordinazione e della estrema unzione. Con questa cerimonia, il c. da
semplice fedele diventava un “perfetto”. Molti credenti aspettavano
di essere in fin di vita per chiedere il Consolament e preferivano a
quel punto lasciarsi morire per digiuno, per non rischiare di essere
esposti alle possibilità di peccato. Questa pratica si chiamò endura e
diventò popolare nel periodo del tardo c., quando la scarsità di
“perfetti” poteva rendere impossibile una seconda cerimonia di
Consolament, se fosse stata necessaria.
- Il Melhorament, un'elaborata forma di saluto tra c.
- L'Aparelhament, una confessione pubblica dei propri peccati.
- La Caretas, un bacio rituale di pace.
- La recita del Padre Nostro, in pratica, unica (eccetto alcune
invocazioni minori) preghiera accettata dal c., con alcune significative
correzioni del testo: il riferimento al “pane soprasostanziale” al
posto del “pane quotidiano”, inteso non come cibo materiale ma come
insegnamenti di Cristo, e l'aggiunta in fondo alla preghiera della
postilla “perché Tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli
dei secoli. Amen”. I perfetti avevano l'obbligo di recitarlo più
volte al giorno, solitamente in serie da sei (sezena), da otto (sembla)
o sedici (dobla).
Come vivevano
e come erano organizzati
Dal punto di vista alimentare, i perfetti c. erano vegetariani,
abolendo dalla loro dieta carne, uova, latte e derivati, ma curiosamente
non il pesce e i crostacei, e praticavano spessissimo il digiuno a pane
e acqua, nella Quaresima, nell'Avvento, dopo la Pentecoste e tre giorni
alla settimana o come penitenza per peccati di lieve entità.
Non potevano mentire ed erano inoltre casti, condannando il matrimonio e
l'unione sessuale, che portava alla procreazione, come atto tipico del
mondo materiale creato da Satana e che perpetrava continuamente la
catena delle reincarnazioni, proprio quello che i c. cercavano di
spezzare.
Infine essi erano tenuti al precetto di non uccidere, il che li mise
spesso in forte crisi quando si trattava di difendersi durante la
crociate e le successive campagne di persecuzioni dell'Inquisizione.
Questi precetti, tuttavia, non si applicarono ai semplici fedeli e
simpatizzanti, che poterono invece prendere le armi per difendere la
propria causa.
Per quanto concerne l'organizzazione, il capo della comunità o della
chiesa assumeva il titolo di vescovo, secondo i cronisti cattolici
dell'epoca, mentre il perfetto, destinato a succedergli veniva
denominato “figlio maggiore” e quello destinato a succedere a sua
volta “figlio minore”. Pare invece improprio il titolo di “papa”
cataro, attribuito a Niceta.
I testi
A parte il Nuovo Testamento, i c. avevano prodotto una copiosa
letteratura, per la maggior parte andata distrutta durante le
persecuzioni. Ci sono giunti:
- Il Liber de duobus principiis, scritto da Giovanni di Lugio, vescovo
della chiesa di Desenzano e maggiore teologo c.
- La Interrogatio Iohannis, un apocrifo bogomilo portato in Italia da
Nazario, vescovo della chiesa di Concorrezzo, che si ispirava alla
Genesi e agli apocrifi della Bibbia.
- Un altro apocrifo bogomilo, la Visione di Isaia, tradotto in
provenzale da Pietro Authier.
- Varie versioni dei rituali c., sia quello utilizzato dai francesi,
denominato occitano, che quello usato dagli italiani, chiamato latino.
- Gli atti del concilio di Saint Felix de Caraman, trascritti in un
testo, denominato Carta di Niceta, scritto tra il 1223 ed il 1226, di
cui ci sono giunte delle copie del XVII secolo.
Potete
trovare parecchi passi tratti dalle Sacre Scritture delle religioni
di matrice Giudaico-Cristiana sul sito dei Cristiani delle
Origini di Vita Universale: http://www.vita-universale.org/it/p15.html#Ilcibarsidi
Per ulteriori approfondimenti in proposito vi rimandiamo al sito Una
Vita Senza Carne:
http://web.tiscalinet.it/vitasenzacarne/quinto.htm
Gesù
era vegetariano?
"…e la verità vi farà liberi." (Matt. 8,23)
(di Franco Libero Manco)
Stando a quanto riportato dai Vangeli sinottici Gesù, in sintonia con la
visone antropocentrica del V. T. non era vegetariano perché in molte
circostanze dimostra indifferenza verso la sorte degli animali, come nel
miracolo dei pani e dei pesci; in quello della pesca miracolosa;
nell'episodio in cui, in attesa dei discepoli sulla spiaggia, sta
arrostendo dei pesci; nell'episodio riportato da Luca in cui dopo la
resurrezione, per convincere gli apostoli increduli, mangia del pesce che
era a tavola; nell'episodio in cui scaccia i demoni facendoli entrare in
un branco di porci che vanno a scaraventarsi in un precipizio;
nell'episodio in cui fa seccare un albero di fico per non aver trovato
frutti (in un periodo in cui i frutti non ci potevano essere); e poi
ancora quando dice: "Non si vendono forse 2 passeri per 4 soldi? In
verità vi dico voi valete molto di più di questi passeri…" Gesù
celebrò complessivamente 3 pasque con i suoi discepoli in cui, secondo la
tradizione ebraica, era usanza mangiare l'agnello, anche se ciò non è
esplicitato.
Ma se Gesù fosse stato indifferente alla sofferenza degli animali e non
fosse stato vegetariano, come comandato da Dio in Gen. 1,29 ("Ecco,
io vi do ogni erba che produce seme ed ogni albero in cui è frutto
saranno il vostro cibo…" avrebbe accettato di vivere nella
condizione posteriore al peccato originale, mentre Gesù vuole restaurare
l'antico rapporto tra Dio e gli uomini, caratterizzato dal Paradiso
terrestre in cui Adamo vegetariano, vive in armonia con tutte le creature,
e non le uccide per cibarsene.
Ma stando ai Testi canonici Gesù, soggetto rivoluzionario, si discosta
dalla ufficiale religione ebraica ma conserva la tradizione per ciò che
riguarda l'alimentazione carnea. Quindi il credente si trova a dover
scegliere: vivere in conformità al precetto dato da Dio ad Adamo prima
della caduta o accettare di vivere nella condizione del peccato. La Chiesa
cattolica ha scelto di vivere questa seconda condizione.
Ma vediamo i punti salienti del Vecchio e Nuovo Testamento che riguardano
il vegetarismo, e che vengono in genere citati dai cattolici per
giustificare la loro legittimità a mangiare la carne o a sfruttare gli
animali come oggetti ad uso e consumo dell'uomo.
In Gen. 1,28 troviamo:"…riempite la terra, soggiogatela e dominate
sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che
striscia sulla terra." In questa circostanza il verbo in aramaico
usato da Dio per qualificare l'atteggiamento dell'uomo nei confronti degli
animali, è ARCHEUO, cioè essere guida e CATAKURIEUO, che significa
reggere come un governante, che invece viene di solito tradotto con il
verbo "soggiogare" che invece Dio usa solo quando parla della
terra, affinché sia lavorata e dia frutti. A conferma di ciò in Gen.
2,15 troviamo: "Il Signore Iddio prese l'uomo e lo pose nel giardino
perché lo coltivasse e lo custodisse."
In Gen.2,18 troviamo: "Non è bene che l'uomo sia solo, gli voglio
fare un aiuto che gli sia SIMILE. Allora il Signore Iddio plasmò dal
suolo ogni sorta di bestie selvatiche e le condusse all'uomo per vedere
come le avrebbe chiamate." In questo contesto viene usata la parola
BARA', cioè creazione diretta sia per l'uomo che per gli animali, e la
parola NEFESCH per indicare l'unico spirito infuso sia negli uomini che
negli animali.
Poi dopo il Diluvio Dio dice a Noè: "…Il timore ed il terrore di
voi sia in tutte le bestie selvatiche, in tutto il bestiame e in tutti gli
uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono
messi in vostro potere. Quanto si muove ed ha vita vi servirà di cibo.
Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo
sangue." In questa circostanza il termine "terrore"
equivale a sommo rispetto e non ciò che comunemente viene inteso.
Inoltre, se "quanto si muove ed ha vita" dovrebbe servirci da
cibo dovremmo mangiare anche gli scorpioni, le serpi e le pulci, non solo
gli agnelli ed i fagiani, come dirà più tardi lo stesso S. Girolamo.
E dopo in Gen. 9,8-10 troviamo: "Quanto a me, ecco io stabilisco la
mia alleanza con voi e con tutti gli animali che sono usciti
dall'Arca." Come Dio stabilire un'alleanza con gli animali se
autorizza l'uomo a schiavizzarli e a massacrarli?
La religione ebraica, che nasce con Abramo il quale sacrifica a Dio un
animale al posto del figlio, è costellata di continui olocausti che, ad
un certo punto, Dio non gradisce più e chiede invece misericordia:
("Misericordia io voglio e non sacrificio.)-Osea. Gesù certo
aderisce alla legge della compassione non certo a quella cruenta del
sacrifico. Infatti sostituisce se stesso alla vittima sacrificale.
Al tempo di Gesù la Palestina pullulava di movimenti e sette religiose.
Tra queste gli Esseni, un movimento spirituale di derivazione ebraica tra
i più conformi ai dettami della legge dei grandi profeti. Gli Esseni
vivevano, pensavano, pregavano ed operavano allo stesso modo di Gesù per
questo è plausibile pensare che Gesù abbia seguito o abbia risentito di
questo movimento.
Nella comunità degli Esseni non vi erano né ricchi né poveri, tutto era
messo in comune; abolivano ogni distinzione di rango e privilegiavano la
virtù sopra ogni cosa. Erano asceti, venivano considerati i
"puri"; compivano rituali che simboleggiavano la discesa dello
Spirito Santo e rituali con la benedizione del pane e del vino;
condannavano la schiavitù; erano esperti di profezia alla quale si
preparavano con digiuno prolungato; consumavano il loro pasto frugale in
silenzio precedendolo e terminandolo con la preghiera; non mangiavano
carne né bevevano liquidi fermentati; erano rigorosi nella fede,
cercavano la conoscenza diretta e personale di Dio più che la scrupolosa
osservanza dei dogmi. Intendevano attuare la vera fede mosaica in
contrapposizione alla religione ufficiale; professavano la carità verso
gli indigenti. Significativo era il giuramento che alla fine l'adepto
doveva pronunciare: "Giuro di adorare ed onorare Iddio, di serbare
giustizia e carità alle sue creature, di non nuocere a nessuno…"
Venivano chiamati misericordiosi, poveri in spirito. La loro casa era
aperta a tutti. Disdegnavano il matrimonio ma adottavano i figli altrui.
Quando viaggiavano non portavano nulla ma erano armati a motivo dei
briganti. Mandavano offerte al tempio ma non compivano sacrifici. Non
odiavano nessuno, sia ingiusto o nemico, ma pregavano per essi.
Affermavano che la carne resusciterà e sarà immortale come l'anima.
Analogie con lo spirito del Vangelo: la santificazione dei pensieri, la
povertà, l'abbandono in Dio. Come Pietro avevano un arma per difendersi
dai briganti.
Non potevano possedere denaro. Il celibato e la mancanza di procreazione
li obbligava ad accettare fanciulli orfani. Essere benevoli verso gli
animali era una regola di vita. Erano guaritori, esorcisti per imposizione
delle mani. Si chiamavano i poveri in spirito. Molti divennero cristiani
col nome di Ebioniti e Nazorei. S. Epifanio dice che gli Esseni erano
vegetariani. Egisippo dice che Pietro essendo Nazireo era di conseguenza
vegetariano come Giovanni, Giacomo e Stefano. Filone, storico
contemporaneo, afferma che prestavano gratuitamente i loro locali per la
Pasqua a patto che si rispettassero le loro regole. Da studi archeologici
il Cenacolo era nel cuore del quartiere Esseno. Gesù, secondo Matteo,
disse al discepolo Giovanni di seguire un uomo con un'otre colma di acqua
sulla testa e lì avrebbe chiesto al padrone di concedergli un locale dove
celebrare la Pasqua. Di solito erano le donne a portare l'acqua.
Quell'uomo doveva essere un esseno, perché celibe doveva provvedere da
solo a questo approviggionamento. Filone scrive: "Sono votati
interamente al servizio di Dio e non sacrificano animali". Simone,
prima di essere discepolo di Gesù, era discepolo di un certo Dositeo che
era Esseno. Luca dice che il Bambino cresceva e viveva nel deserto fino al
giorno della sua manifestazione. Il deserto, per gli Esseni, era la
regione in cui abitavano. Pare che Giovanni Battista abbia avuto contatti
con gli Esseni e che lo stesso Giovanni l'evangelista prima di essere
discepolo di Gesù sia stato discepolo di Giovanni Battista. Il Vangelo di
Giovanni è completamente imperniato sul tema della lotta tra il bene e il
male, tra la luce e le tenebre, come gli scritti di Qumran in cui vi sono
evidenti influssi di dottrina gnostica. Gli Esseni avevano uno
straordinario culto degli Angeli e ritenevano imminente la fine del mondo.
Per quanto suddetto appare evidente l'analogia tra il pensiero di Gesù
con quello degli Esseni e se questi erano vegetariani è ragionevole
supporre che anche Gesù lo fosse, anche perché diversamente gli Esseni
incarnerebbero un sentimento di rispetto, carità e compassione più vasto
di quello di Gesù che limita tale sentimento ai soli membri della specie
umana.
La conferma a questa logica e giusta deduzione viene dai Vangeli
apocrifi. Nel Vangelo Esseno della Pace Gesù dice: "Chi uccide un
animale uccide suo fratello e la carne degli animali uccisi nel suo corpo
diventerà la sua stessa tomba. Chi si nutre della carne degli animali
uccisi mangia un corpo di morte. Non uccidete e non mangiate la carne
delle vostre prede innocenti se non volete diventare schiavi di Satana:
questo è il sentiero che conduce alla morte attraverso la sofferenza.
Poiché la vita viene solo dalla vita e dalla morte viene solo la morte.
Non uccidete dunque né uomini né animali perché i vostri corpi
diventano ciò che mangiate e il vostro spirito ciò che pensate. Io vi
chiederò conto di ogni animale ucciso come di ogni uomo. Nell'aramaico
"Vangelo della vita perfetta" si legge: "Maledetti siano i
cacciatori perché saranno a loro volta cacciati." Nel Vangelo dei 12
Aspostoli sta scritto: "Ecco che quest'uomo ha cura di tutte le
creature. Perché egli le ama tanto?" E nelle pergamene del Mar
Morto, scoperte nel 1947 in una località dove vissero gli Esseni,
l'Angelo dice a Maria: "Tu non mangerai carne né berrai bevande
forti perché il bambino sarà consacrato a Dio dal ventre di sua
madre." Negli stessi testi Gesù dice: "Siate rispettosi e
compassionevoli non solo verso i vostri simili ma verso tutte le creature
poste sotto la vostra tutela." E troviamo ancora Gesù che rimprovera
aspramente i pescatori: "Forse che i pesci vengono a voi a chiedere
la terra e i suoi frutti?" Lasciate le reti e seguitemi, farò di voi
pescatori di anime." E, inoltre, condanna duramente i cacciatori
avvisandoli che saranno ripagati con la stessa ferocia.
Un altro aspetto interessante viene dal fatto che nel tempo di Gesù e
dopo la sua morte il problema dell'astinenza dalla carne era molto
dibattuto.
I Padri della Chiesa Latina e Greca affermavano che Gesù, come tutti
gli uomini spirituali del tempo, si astenevano dal mangiare carne. S.
Girolamo dice: "Dopo che Cristo è venuto non è più consentito
mangiare carne. Il permesso dato a Noè di mangiare carne è
un'interpolazione ai Testi antichi aggiunta tardivamente in un periodo di
basso profilo spirituale. Se gli animali servono per la mensa dell'uomo
non solo le lepri ed i fagiani dovrebbero imbandire le nostre tavole ma
anche i vermi, le cimici e le serpi." Porfirio, considerato da S.
Agostino il più grande dei filosofi dice: "Gesù ci ha portato il
cibo divino, il cibo carneo è nutrimento per i demoni." S. Giovanni
Crisostomo dice: "Noi capi cristiani ci asteniamo dal mangiare carne
di animali per sottomettere il corpo…Mangiare carne è innaturale ed
impuro." Lo stesso S. Pietro, nel Celemente Umilis dice: "Il
consumo di carne è innaturale e contaminante quanto la pagana adorazione
dei demoni: quando l'uomo vi prende parte diviene compagno di tavola dei
diavoli." E S. Clemente Romano afferma che Pietro si nutriva solo di
pane, olive ed erbe; Eusebio che Giacomo e Matteo fossero vegetariani;
Clemente d'Alessandria e Tertulliano, tra i più influenti pensatori della
prima chiesa cristiana, erano ferventi sostenitori dell'alimentazione
incruenta. Lo stesso S. Ambrogio più tardi affermerà: "La carne fa
cadere anche le aquile che volano."
Ma allora perché la Chiesa cattolica nonostante il pensiero dei
grandi Padri della Chiesa d'Oriente e d'Occidente a favore della dieta
vegetariana non vive il precetto dell'astinenza della carne?
Il distacco da tale precetto viene principalmente a causa di S. Paolo
il quale, conforme zelante al rituale ebraico e forte mangiatore di carne,
riesce a spostare l'attenzione dagli Apostoli sulla sua persona. Inizia a
predicare per proprio conto senza consultarsi con i discepoli istruiti
direttamente da Gesù, anzi con questi e con gli stessi parenti di Gesù
entra in aperto contrasto.
Significativa è la risposta epistolare di S. Paolo nella prima
lettera ai Corinzi che gli chiedono come debbono comportarsi in merito
all'astinenza della carne: Risposta: "Continuate a mangiare tutto
quanto si vende al macello senza informarvi a motivo della vostra
coscienza. Se qualcuno dei pagani vi invita, mangiate di ogni cosa che vi
viene posta davanti. Colui che mangia di tutto non giudichi colui che non
mangia di tutto. Ma se un cibo scandalizza mio fratello io non mangerò più
la carne per non scandalizzare mio fratello." E ancora in Crinzi 9,9:
"Che vuoi che Dio si prenda cura dei buoi?"
La posizione di S. Paolo riesce ad avere il sopravvento e gradualmente
viene accolta e fatta sua dal cattolicesimo. Più tardi con l'uccisione
del vescovo Priscilliano ed i suoi seguaci nel 385 si pone fine agli
sforzi di conservare il vegetarismo in seno alla cristianità. S. Agostino
e S. Tommaso concordano perfettamente con S. Paolo i quali considerano
giusto e lecito nutrirsi di carne perché gli animali creati da Dio per i
vantaggi dell'uomo. Però sostengano la necessità di astenersi dalla
carne a vantaggio dell'elevazione spirituale, e raccomandano di non essere
crudeli nei confronti degli animali perché questo potrebbe inclinare
l'uomo alla violenza verso i propri simili.
La dottrina ufficiale della Chiesa cattolica è imperniata in modo
preponderante sul pensiero di S. Paolo. Infatti nelle omelie raramente si
sente parlare del pensiero degli Apostoli, cioè di coloro che furono
ammaestrati direttamente da Gesù, mentre inevitabilmente si parla
…"Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai…"
Ma vi è un altro determinante aspetto: quello della manomissione dei
Testi Sacri di cui parla lo stesso S. Girolamo riferendosi certamente al
Concilio di Ankara del 325 quando prelati e politici incaricarono una
commissione di esperti e con la scusa dell'ortodossia alterarono i Vangeli
in modo da renderli accettabili all'imperatore Costantino che voleva fare
del cristianesimo la religione di stato ma che non voleva rinunciare alla
tradizione pagana del piacere della carne. Anzi pare che Costantino
facesse colare piombo fuso nella gola di chi s i rifiutava di mangiare la
carne. Per ben 19 volte il termine "cibo" fu sostituito con il
termine "carne", alterando di conseguenza il significato del
messaggio. Per esempio, il tanto conclamato miracolo dei pani e dei pesci
pare che in realtà si trattasse di pani e di una sorta di polpette fatte
con una pianta marina chiamata appunto "pianta del pesce" e che
ancora oggi si coltiva in Palestina. Tra l'altro più facile da conservare
in una cesta in quei climi torridi. Così per la dieta di Giovanni
Battista che si dice mangiasse miele e locuste. In questo caso è stata
fatta confusione tra due identiche parole greche, una che indica appunto
locusta e l'altra focaccia. E' più logico pensare che il Battista
mangiasse focacce con il miele piuttosto che locuste con il miele. Da
considerare anche che i Testi in ebraico, nel corso della storia sono
stati trascritti ben 6.000 volte e quelli in greco 5.000 volte. I
trascrittori manuensi sono stati tutti all'altezza del compito o si sono
lasciati trascinare da interpretazioni soggettive?
Gregorio VII, che si era creato intorno una schiera di falsari che gli
sfornavano ogni sorta di documento a seconda delle esigenze, ritoccò gran
parte degli scritti originali e Sisto V intervenne sulla versione latina
della Bibbia detta Vulgata scritta da S. Girolamo nel 4° secolo: quando
incontrava punti oscuri non si faceva scrupolo di aggiungere o levare
parti del discorso nell'intento di renderlo più chiaro.
E se i primi cristiani, gli apostoli e lo stesso Gesù non fossero
stati vegetariani da dove viene la regola che ha caratterizzato per molti
secoli, e che ancora caratterizza, molti ordini religiosi dalla nascita
del cristianesimo in poi'? I Nazorei, i Terapeuti, i Montanisti, gli
Gnostici, i Manichei, i Nicolaiti, i Càtari, i Trappisti, i Quacheri, i
Mormoni, i Monfortini, i Mennoniti, la Chiesa Avventista del 7° Giorno
ecc. Anche la regola dei Benedettini, dei Camaldolesi, dei Certosini, dei
Carmelitani, l'Ordine dei Trinitari, dei Domenicani, dei Frati Minori,
delle Clarisse avevano o hanno ancora l'obbligo dell'astinenza della
carne. Inoltre. Se la regola dell'astinenza della carne messa in atto
da molti Santi (S.Basilio di Poiana fa un elenco di tutti i Santi che si
astennero dalla carne) non venisse da Gesù o dagli apostoli i Santi che
l'hanno messa in atto non avrebbero peccato di presunzione dimostrando
maggiore sensibilità ed umanità dello stesso Maestro?
I papi che si sono succeduti sul soglio di S. Pietro non tutti erano
santi, anzi molti di loro erano uomini di mondo, parecchi furono
assassini, guerrafondai miscredenti, eretici, sadici, sodomiti, molti si
comprarono o vendettero la carica a suon di talenti, almeno uno di loro
era adoratore di Satana (Giovanni XII), molti furono fornicatori ed
adulteri fino all'inverosimile (Alessandro VI Borgia concupiva con tre
generazioni di donne contemporaneamente: la figlia Lucrezia, la madre e la
nonna di costei). Considerando che sono tre i vizi capitali dell'uomo:
potere, sesso e gola e che i primi due sono stati, da Costantino in poi,
caratteristiche peculiari della Chiesa cattolica (basti ricordare il
periodo, e non solo, della "pornocrazia papale"), sperare nel
ripristino, da parte dei papi, della regola dell'astinenza della carne
sarebbe pura illusione (Giulio II usava mangiare gamberetti, tonno e del
miglior caviale anche nel periodo quaresimale).
In ben 4 differenti concili la Chiesa cattolica ha sentito la necessità
di rinnovare l'obbligo per il clero di nutrirsi di carne pena la scomunica
e la destituzione dall'ordine religioso: il Concilio di Ankara nel
314, il Concilio Gangrense nel 324, il Concilio di Braga nel 577 e nel
Concilio di Aquisgrana nell' 816. Perché il problema dell'alimentazione
carnea era così dibattuto ed osteggiato dalla Chiesa al punto da
organizzare vere e proprie crociate contro coloro che si rifiutavano di
mangiare la carne?
Bernardo Gui, frate domenicano e feroce persecutore degli eretici,
insegnava a riconoscere un càtaro (vegetariani votati alla nonviolenza):
"mettergli in mano un animale ed intimargli di ucciderlo": se si
rifiutava veniva accusato di eresia e condannato a morte.
Ma c'è un ultimo aspetto. Gesù nasce in una stalla, cioè un luogo dove
ci sono animali; istituisce l'Eucaristia con il pane e il vino, non con il
pane e la carne; insegna a pregare dicendo "dacci il pane quotidiano;
il fulcro del messaggio evangelico sta nel discorso della Montagna in cui
Gesù dice: "Beati i misericordiosi, i miti, i puri di cuore…"
Possono forse essere misericordiosi, miti e puri di cuore coloro che
uccidono un agnellino per divorarne le carni?
Quindi è più giusto e logico credere che Gesù fosse vegetariano
anche se questo non è confermato dai testi canonici. Ma se Gesù non
fosse stato vegetariano, come conciliare il fatto che S. Francesco, Gandhi
e tutti coloro che hanno rifiutato e rifiutano di mangiare la carne per un
sentimento d'amore e di rispetto verso ogni essere vivente, dimostrino un
senso di giustizia, di pietà e compassione più vasto e profondo che non
quello dello stesso figlio di Dio?
CONCLUSIONE
Dato che non si può affermare con certezza che Gesù fosse stato o no
vegetariano, restano valide 3 ipotesi:
- se Gesù non fosse stato vegetariano, e non avesse dato alcun valore
alla sofferenza e l'uccisione degli animali, tutti i grandi Iniziati della
storia, vissuti prima e dopo di Lui, non solo avrebbero affermato delle
false verità chiedendo rispetto e amore anche per gli animali, ma
avrebbero manifestato più compassione, più rispetto e più amore dello
stesso Figlio di Dio;
- se Gesù, coerente con il suo messaggio d'amore, fosse stato
vegetariano, allora i Testi evangelici sono stati inevitabilmente
alterati;
- non era tempo per Gesù parlare a gente guerrafondaia, incestuosa e
schiavista, di una giustizia e di un amore da estendere dall'uomo ad ogni
essere vivente.
Quindi ognuno resta da solo davanti alla sua coscienza nella sola certezza
che la sacra legge della vita e dell'evoluzione integrale di ogni creatura
non può essere rinchiusa in rotoli di carta alla mercè dei malfattori.
Dio l'ha posta invece in un luogo più sicuro ed inaccessibile: nel cuore
di ogni essere vivente.
GESU’
ERA VEGETARIANO O CARNIVORO?
di Franco Libero Manco
La stragrande maggioranza dei cristiani (ed in particolare dei cattolici)
mangia la carne perché legittimata dai testi biblici. La gente si
giustifica rammentando il miracolo dei pani e dei pesci, la pesca
miracolosa ecc. Infatti stando ai testi ufficiali Gesù non solo non ha
mai speso una parola in difesa degli animali ma in alcune circostanze ha
dimostrato indifferenza verso la condizione delle creature non umane. Il
problema se Gesù mangiasse o no la carne apre due quesiti: o Gesù,
essendo ebreo e conforme(?) agli insegnamenti della tradizione mangiava la
carne, oppure i Testi originali sono stati manomessi, probabilmente per
adattarli alla volontà del papa o dell’imperatore di turno i quali non
sempre (anzi quasi mai) hanno brillato di santità e spirito di
sacrificio: codificare la rinuncia al piacere della carne era mal
sopportato soprattutto perché un atto pubblico.
Se fosse vera la prima ipotesi Gesù in misericordia si sarebbe lasciato
superare da molti mistici e asceti del suo tempo che hanno dimostrato bontà
e compassione anche per gli animali. Pensare che Gesù figlio del Creatore
uccide (o fa uccidere, che è la stessa cosa) un animale per mangiarne il
corpo sinceramente lascia perplessi e ne riduce terribilmente la luce. Ma
se questo non è vero, come io credo, allora i testi biblici sono stati
alterati, come dicono alcuni Santi e cronisti del tempo i quali affermano
che non solo gli postoli ma lo stesso Gesù predicava l’amore ed il
rispetto per ogni creatura e che di conseguenza erano vegetariani e come
viene anche riportato da alcuni vangeli apocrifi.
Quesito: se Gesù e gli apostoli non fossero stati vegetariani come mai i
padri della Chiesa d’Oriente (S. Basilio Magno, S. Gregorio di Nazianzo,
S. Giovanni Crisostomo, Sant’Atanasio) e d’Ocidente (S. Girolamo, S.
Ambrogio, S. Agostino, S. Gregorio Magno) raccomandano l’astinenza dalla
carne?
Perché lo stesso S. Pietro nelle Omelie Clementine, XII,6 rec. VII,6.
afferma: “Mangiare carne è innaturale quanto la pagana adorazione dei
demoni. Io vivo di pane e olive, ai quali aggiungo solo di rado qualche
verdura”?
Se il precetto dell’astinenza della carne non viene da Gesù e quindi
dagli apostoli perché santi del calibro di S. Girolamo affermano: “Dopo
che Cristo è venuto non ci è più consentito mangiare la carne degli
animali. E’ meglio che non mangi carne e non bevi vino. Infatti il
consumo di vino è iniziato con il mangiare carne dopo il diluvio
universale. I cibi puri sono preparati senza spargimento di sangue”.(Adversus
Jovinanum 1,30). Il permesso dato a Noè di mangiare carne è
un’interpolazione dei Testi sacri aggiunta tardivamente dalla Chiesa in
un periodo di basso profilo spirituale. Se gli animali servono per la
mensa dell’uomo, non solo le lepri ed i fagiani dovrebbero imbandire le
tavole, ma anche i vermi, le cimici e le serpi. Meta del cammino
spirituale dell’uomo è il ritorno allo stadio originale prima del
peccato, per questo è necessario escludere la carne dalla propria dieta
che inchioda l’anima al corpo materiale”?
S. Ambrogio afferma: “La carne fa cadere anche le aquile che volano”.
Le comunità fondate da S. Agostino si astenevano dalla carne.
S. Giovanni Crisostomo scrive: “Mangiare la carne è innaturale e
impuro”. Riguardo ad un gruppo di cristiani che viveva in modo
esemplare: “Da loro non viene versato alcun rivolo di sangue; non viene
macellata e fatta a pezzi la carne. Da loro non s i sente l’odore
terribile dei pasti a base di carne…; Essi si cibano solo del pane che
guadagnano con il loro lavoro e di acqua che viene offerta loro da una
fonte pura. Le loro leccornie sono costituite da frutti e nel mangiarli
provano un piacere più grande che ad essere seduti ad una tavola
regale”. Omelie, 69.
Gregorio di Nazianzo, padre della Chiesa (Cappadocia): “L’ingordigia
di pietanze a base di carne è un’ingiustizia abominevole”. Robert
Springer, Enkarpa 1884.
Basilio il Grande: “Il corpo appesantito con cibi a base di carne viene
afflitto dalle malattie. Si può difficilmente amare la virtù quando si
gioisce di piatti e banchetti a base di carne. La carne è un alimento
contro natura che appartiene ad un mondo passato”. Enkarpa, 1884.
Tertulliano scrive che durante i primi secoli i cristiani primitivi non
toccarono mai carne: “Non è permesso a noi cristiani assaggiare
pietanze nelle quali potrebbe essere stato mescolato il sangue di un
animale. Come posso definire il fatto che crediate che noi siamo avidi di
sangue umano, se sapete che consideriamo un obbrobrio già il sangue degli
animali”? Apol. Cap. 9; cit. da Robert Sspringer, pag. 292.
Eusebio di Cesarea diceva che tutti gli apostoli di Cristo si astenevano
dalla carne. Secondo Eusebio, Egesippo scrive nella Storia della Chiesa
che Giovanni non mangiò mai la carne
S. Clemente Romano dice che S. Pietro si nutriva di pane, olive ed erbe.
Porfirio: “Gesù ci ha portato il cibo divino, il cibo carneo è
nutrimento dei demoni. Una dieta priva di carne acquieta il logismos e la
libera da tutti i mali fisici”.
S. Clemente Alessandrino: “La carne ottenebra l’anima. Dobbiamo
cibarci come Adamo prima della caduta non come Noè dopo il peccato. I
nostri corpi sono simili a tombe di animali uccisi”. Diceva pure che
Matteo si nutriva di semi, frutta e erbaggi. Credo che i sacrifici cruenti
siano stati inventati solo dalle persone che cercavano un pretesto per
mangiare carne, cosa che avrebbero potuto fare senza questi obbrobri
davanti a Dio”. Pedagogo II,1-16.
Altro quesito. Come è possibile che nulla vi sia di vero nei vangeli
apocrifi in merito all’astinenza dalla carne? Nel Vangelo degli Ebrei
Gesù dice: “Sono venuto ad abolire i sacrifici e se non cesserete di
fare sacrifici non si allontanerà da voi l’ira di Dio.” Nell’aramaico
“Vangelo della vita perfetta” si legge: “Maledetti siano i
cacciatori perché saranno a loro volta cacciati.” Nel Vangelo dei 12
Aspostoli sta scritto: “Ecco che quest’uomo ha cura di tutte le
creature. Perché egli le ama tanto?” E nelle pergamene del Mar Morto,
scoperte nel 1947 in una località dove vissero gli Esseni, l’Angelo
dice a Maria: “Tu non mangerai carne né berrai bevande forti perché il
bambino sarà consacrato a Dio dal ventre di sua madre.” Negli stessi
testi Gesù dice: “Siate rispettosi e compassionevoli non solo verso i
vostri simili ma verso tutte le creature poste sotto la vostra tutela.”
E troviamo ancora Gesù che rimprovera aspramente i pescatori: “Forse
che i pesci vengono a voi a chiedere la terra e i suoi frutti?” Lasciate
le reti e seguitemi, farò di voi pescatori di anime.” E, inoltre,
condanna duramente i cacciatori avvisandoli che saranno ripagati con la
stessa ferocia.
Un altro aspetto che farebbe supporre che Gesù sia stato vegetariano
viene dal fatto che egli parlava e si comportava come un esseno e questi
erano, come dice lo stesso S. Epifanio, vegetariani. Molti esseni
divennero cristiani col nome di Ebioniti e Nazorei. Egisippo dice che
Pietro essendo Nazireo era di conseguenza vegetariano come Giovanni,
Giacomo e Stefano. Gli esseni compivano abluzioni rituali che
simboleggiavano la discesa dello Spirito e agapi, rituali con la
benedizione del pane e del vino. Tra loro non vi erano né ricchi né
poveri. Professavano la carità verso gli indigenti. Venivano chiamati
misericordiosi, puri, poveri in spirito. Non odiavano nessuno, sia
ingiusto o nemico, ma pregavano per essi. Affermavano che la carne
resusciterà e sarà immortale come l’anima. Professavano la
santificazione dei pensieri, la povertà, l’abbandono in Dio. Come
Pietro avevano un arma per difendersi dai briganti. Simone, prima di
essere discepolo di Gesù, era discepolo di un certo Dositeo che era
Esseno. Pare che sia il Giovanni Battista che lo stesso S. Paolo abbiano
avuto contatti con gli Esseni. Giovanni l’evangelista prima di essere
discepolo di Gesù fu discepolo di Giovanni Battista. Gli Esseni avevano
uno straordinario culto degli Angeli e ritenevano imminente la fine del
mondo
Durante la cerimonia
del Venerdì Santo nella Basilica di San Pietro alla presenza di Papa
Benedetto XVI - 6 Aprile 2007
Franco Libero Manco
Carissimi,
mi è stato riferito che ieri sera giovedì prima di pasqua il Papa,
davanti una grande assemblea, ha detto che Gesù non ha mangiato
l'agnello nell'ultima cena e che Gesù è stato il vero Agnello immolato
per il bene di tutti. Una dichiarazione molto importante che apre una
breccia nel seno della Chiesa cattolica. E come avrebbe potuto Gesù o
gli apostoli immolare l'agnello al tempio dal momento che c'era stata una
palese rottura tra Gesù i i dirigenti religioso ebraici che in quel
periodo cercavano di catturalo? Come avrebbe potuto Gesù
mangiare l'agnello dal momento che la cena della Pasqua Gesù l'ha
consumata in casa degli Esseni i quali cedevano gratuitamente i loro
locali a questo scopo a patto che non si consumasse carne essendo loro
vegetariani? E come avrebbe potuto Gesù non essere vegetariano facendosi
superare in compassione e amore da qualunque essere umano che chiede
rispetto e amore anche per gli animali?
Se Gesù non avesse insegnato agli apostoli l'astinenza dalla carne da
dove viene l'affermazione di S. Girolamo: “Dopo che Cristo è venuto non
è più consentito mangiare carne. Il permesso dato a Noè di mangiare
carne è un’interpolazione dei Testi sacri aggiunta tardivamente dalla
Chiesa in un periodo di basso profilo spirituale?” E Porfirio,
considerato da S. Agostino il più grande dei filosofi dice: “Gesù ci
ha portato il cibo divino, il cibo carneo è nutrimento per i demoni.”
Inoltre da dove verrebbero le affermazioni di S: Girolamo, S. Benedetto,
Tertulliano, Eusebio, Plinio, Papias, Cipriano, Pantaneo, Clemente ecc.
secondo i quali Cristo e gli Apostoli insegnavano il rispetto per ogni
creatura e di conseguenza non potevano che essere vegetariani?
San Giovanni Crisostomo dice: “ Mangiare la carne è innaturale e
impuro.” S. Pietro nel Clemente Humilis del 2° secolo dice: “Il
consumo di carne è innaturale e contaminante quanto la pagana adorazione
dei demoni: quando vi prende parte l’uomo diviene compagno di tavolo dei
diavoli”. E nelle Pergamene del Mar Morto, scoperte nel 1947,
l’angelo dice a Maria: “Tu non mangerai carne né berrai bevande forti
perché il bambino sarà consacrato a Dio dal ventre di sua madre.”
Negli stessi testi Gesù dice: “Siate rispettosi e compassionevoli non
solo verso i vostri simili ma verso tutte le creature poste sotto la
vostra tutela.” E ancora: “Sono venuto a porre fine ai sacrifici e ai
banchetti di sangue e se non smetterete di offrire e di mangiare carne
l’ira Divina non si allontanerà da voi. ”Gesù rimprovera aspramente
i pescatori: “Forse che i pesci vengono a voi a chiedere la terra e i
suoi frutti?” Lasciate le reti e seguitemi, farò di voi pescatori di
anime.” E, inoltre, Gesù condanna duramente i cacciatori avvisandoli
che sarebbero stati ripagati con la stessa ferocia.
L'apertura del clero al rispetto e all'amore anche verso gli animali sarà lunga e disperante, ma forse qualcosa si muove. In fondo anche i preti hanno un'anima. Salute a voi. fl
“Vai a curare quelle pecore da macello che i compratori sgozzano impunemente e i venditori dicono: Sia benedetto il Signore, mi sono arricchito, e i pastori non se ne curano affatto. Io non perdonerò agli abitanti del paese.”. (Zacc. 11,4-6).
”In quanto a voi, animali della terra, che avete sofferto a causa dell’uomo, verrà il giorno in cui preparerò una grande festa, un grande banchetto in cielo e voi gioirete alla presenza di Dio.”(Ezechiele).
Una delle più belle preghiere che conosco recitata da Zarathustra 600 anni a.C. "Offriamo le nostre preghiere a tutte le sorgenti, ai ruscelli, alle piante che crescono, alle imponenti foreste, e all’intera terra e al cielo, a tutte le stelle, al sole, alla luna, alle luci eterne. A tutti gli animali che vivono nelle acque, a quelli che vivono sulla terra, a quelli che dispiegano le ali in volo e a quelli che camminano nelle pianure. A tutti gli esseri animati, buoni e santi della tua Creazione, straordinario artefice di tutto.
Vi
riporto una lettera scritta da don Nicolino Valerio che un'amica mi chiede
di pubblicare.
Siamo arrivati al periodo delle vacanze legate a sogni ed a giusti
desideri
di porre qualcosa di diverso e di meglio accanto alla nostra vita.
Sarà più difficile raggiungervi dispersi qua e là, ma credo sia
impossibile
per tutti capovolgere la realtà contrassegnata da azioni delittuose ed
innominabili e forse non immaginabili.
Vi prego in nome del cuore e della coscienza che ci distingue dal numero
delle nullità, troppo comoda a molti, di non dimenticarvi di quel piccolo
spazio di terra dove sono raccolte, amate ed aiutate le povere bestiole da
noi protette e che vi sono grate.
La realtà, purtroppo, è lontana dalle nostre speranze. I collaboratori
ed
io, in forma migliore, lo spero, continueremo a stare vicino a loro
sapendo
di non esser soli.
Se è rilevante il numero di chi si sacrifica per il Bene sono accresciuti
smisuratamente coloro che malvagi ed impietosi traggono vantaggi di ogni
genere dalle povere bestiole docili e buone.
Non mi stanco di dire che sono parte del Creato, insieme alla natura, al
clima, alle foreste, agli oceani, ai ghiacciai, mentre l'uomo continua a
compiacersi delle sue malefatte.
Coloro che soffrono sono al primo gradino nella scala dei valori, ma come
è
possibile aiutarli senza salvaguardare l'ambiente?
Com'è possibile chiudere gli occhi ignorando i guadagni degli allevatori
di
animali, dei venditori incoscienti, degli importatori e di chi li acquista
per abbandonarli di nuovo, lasciando a noi il compito di sacrificarci per
assecondare la loro avidità?
Purtroppo sono trascorsi molti anni da quando iniziai a cercare uomini
volenterosi per rendere possibile una migliore organizzazione che consenta
alla saggezza di molti amici di donare alle bestiole il 5% nella denuncia
dei redditi.
E' desolante la mia affermazione ma l'Italia è lunga e giunge fino
all'Africa e difforme è l'atteggiamento degli abitanti. Il male è
diffuso
ovunque.
Noi cari amici non siamo in grado di correggere la situazione vergognosa,
ma
non perdiamoci d'animo se riusciremo a dare gioia agli occhi delle povere
bestiole che sono nostre.
Il Cielo, le persone care scomparse, i nostri sacrifici, sommersi dagli
anni
ci infondono coraggio.
Con tanta pena unita alla speranza di non dimenticare il rifugio piccolo
ma
grande nel suo valore.
Ci accompagnino e rendano sereno il vostro riposo.
Con più affetto di sempre il vostro
Don Nicolino Valeri