Considerazioni etiche sull'alimentazione vegetariana
20
buoni motivi per essere vegetariani
di Franco Libero Manco
- Gli animali non sono cose da mangiare ma esseri senzienti con la nostra
stessa capacità di soffrire, di amare la vita e di avere terrore della
morte. Se gli animali non fossero in grado di soffrire, se non avessero
paura della morte non fuggirebbero davanti al predatore.
- La carne non è un alimento adatto all’essere umano strutturato
anatomicamente e fisiologicamente a nutrirsi di frutta, semi e vegetali.
Se l’uomo fosse un animale onnivoro avrebbe gli attributi adatti ad
inseguire, arpionare, dilaniare la preda, oltre che un apparato digerente
adatto a digerire la carne.
- La carne è un alimento cadaverico, contiene putrescina, istamina,
ammoniaca, adrenalina. Il terrore dell’animale dovuto alla mattazione,
le malattie, oltre i molti medicinali somministrati agli animali come
sulfamidici, cortisonici, ormoni, antibiotici ecc. che entrano nel
metabolismo di chi mangia la carne causano un gran numero di malattie
anche tumorali. Se la carne fosse necessaria alla salute degli uomini come
si spiega l’ottima salute dei vegetariani?.
- La carne è un alimento estraneo al nostro organismo: abbassa le difese
immunitarie lasciandoci inermi di fronte a qualsiasi infezione batterica o
virale. Ogni pasto a base di carne sottrae al nostro organismo energia
quanto 5 km di corsa.
- Un’alimentazione sbagliata abbrevia la vita di un individuo: è come
far viaggiare a gasolio un’automobile progettata per far funzionare a
benzina. Se l’essere umano si alimentasse secondo la sua natura, come le
altre specie animali potrebbe vivere 7 volte il suo periodo di sviluppo,
cioè 130 anni, età raggiunta solo dalle popolazioni vegetariane.
- Gli allevamenti intensivi inquinano il suolo, le falde acquifere,
l’aria oltre che essere causa principale di disboscamento: un hamburger
costa 5 mq di foresta. Un manzo consuma derrate quanto 12 persone.
- I campi di concentramento e di sterminio non possono essere condannati e
maledetti solo se le vittime sono esseri umani e giustificati e benedetti
se invece i condannati sono gli animali. La lunga sofferenza degli animali
negli allevamenti intensivi e l’agonia dei trasporti si concludono negli
orrori dei mattatoi da dove esce il cibo maledetto.
- La carne scatena nell’uomo l’istinto dell’aggressività e della
violenza, della sopraffazione del più debole, oltre l’angoscia,
l’inquietudine, l’instabilità psichica. Finché l’uomo si alimenterà
come gli animali feroci non può che avere la natura degli animali
predatori.
- Mangiare la carne è un’azione crudele: è come se una razza
sentendosi superiore, allevasse noi e i nostri figli a scopo alimentare.
Se all’uomo non importa la sofferenza degli animali perché dovrebbe
importare agli angeli la sofferenza degli uomini?
- L’alimentazione carnea incide in modo pesante sulle finanze
individuali, famigliari e collettive. Con il costo di un kg di carne si
possono acquistare sostanze vegetali 10 volte superiore.
- Solo con l’alimentazione vegetariana è possibile sfamare tutta la
popolazione mondiale e scongiurare le tensioni internazionali che nascono
da gravi crisi alimentari. I terreni destinati a prodotti vegetali
producono un quantitativo 10 volte superiore alla carne.
- Rifiutando la carne ci si dispone a vivere secondo la legge dell’amore
universale enunciata dai grandi uomini di pensiero e di spirito di ogni
tempo e paese che hanno esteso il concetto di prossimo ed il comando non
ammazzare dall’uomo ad ogni essere senziente.
- Gli animali più forti, più longevi, più prolifici e più miti sono
vegetariani. La loro forza sconfessa la teoria che sono le proteine della
carne a dare vigore. Da dove traggono questi animali le proteine per
formare le loro possenti masse muscolari?
- L’alimentazione vegetariana dispone l’essere umano alla mitezza,
alla serenità, alla tolleranza, al benessere psicofisico, alla pace.
L’uomo è ciò che mangia: se si nutre di violenza e di morte non può
che subire gli effetti delle sue azioni secondo la legge di causa-effetto.
- Con l’alimentazione vegetariana l’uomo ritorna al piano originale di
Dio per l’uomo prima del peccato, secondo il comando di Genesi 1,29:
“Ecco, io vi do ogni erba che produce seme ed ogni albero in cui è
frutto saranno il vostro cibo...” Se Dio avesse autorizzato l’uomo a
mangiare la carne trascurando la sofferenza delle sue stesse creature
sarebbe un dio ingiusto e crudele, dal momento che l’uomo può benissimo
assicurare il suo sostentamento alimentare senza spargimento di sangue.
- La realizzazione del regno di Dio passa necessariamente attraverso la
pace instaurata tra gli esseri umani e tra questi e tutte le altre
creature. Se l’uomo arrivasse ad abolire ogni violenza tra i suoi simili
ma continuasse a torturare gli animali, a sfruttarli, a massacrarli nei
mattatoi, la terra continuerebbe ad essere un inferno per gli animali e
l’inferno e il paradiso non possono convivere nello stesso luogo.
- L’indifferenza verso il dolore degli animali ed il conseguente
disprezzo della loro vita abitua l’uomo a convivere con l’idea della
violenza e della sopraffazione del più debole rendendolo insensibile e
crudele anche nei confronti del suo stesso simile. Se fossi tu ad essere
torturato o mutilato da qualcuno che non esita anche ad ucciderti per di
procurarsi un piacere, certo non accetteresti di buon grado la legge del
più forte.
- Se si accetta come regola di vita la legge del “pesce grosso che
mangia quello piccolo” allora occorre anche accettare di buon grado il
sopruso dei prepotenti, le ingiustizie dei disonesti, la violenza dei
criminali, l’oppressione degli invasori. Solo dal rispetto del sacro
valore della vita e dalla capacità di condividere l’altrui sofferenza
può nascere una nuova coscienza umana in grado di realizzare un mondo
migliore.
La
Scelta: il veganismo
di Francesco Fortinguerra, sett 2004
fortinguerra2@virgilio.it
Sta facendo scalpore il libro “Un’eterna Treblinka”, per il
fatto che si accostino le torture dei campi di concentramento nazisti agli
allevamenti attuali. Questa e' un’importante novita' culturale che
permette di fare una piccola breccia nel muro che divide nella mentalità
corrente la sofferenza umana da quella non umana.
Gia' Marguerite Yourcenaur, celebre scrittrice francese scrisse che se non
si fosse accettata l’esistenza dei carri piombati per gli animali, i
soldati nazisti non avrebbero accettato di far salire su quei carri degli
esseri umani, confermando così che l’insensibilita' verso la sofferenza
degli animali tende naturalmente a allargare il suo dominio anche verso la
sofferenza umana.
Ma vediamo un po’ perche' gli allevamenti intensivi possono essere
definiti un’eterna Treblinka: negli attuali allevamenti
industrializzati, miliardi di animali destinati al macello sono costretti
a vivere incatenati o chiusi in gabbie sovraffollate, incompatibili con le
loro esigenze fisiologiche, privati spesso persino della minima liberta'
di movimento, impediti nella pratica di istinti affettivi e sessuali,
mutilati, sottoposti a costanti terapie antibiotiche ed ormonali (sia per
prevenire l’esplosione di epidemie che per velocizzare la loro
crescita), ad un’illuminazione ininterrotta che impedisce loro di
dormire per aumentare la produzione, nutriti con alimenti inadeguati,
chimici e innaturali (fino ai casi delle mucche costrette al
cannibalismo), costretti a respirare un’aria satura di anidride
carbonica, idrogeno solforato, vapori ammoniacali, polveri varie e povera
d’ossigeno.
La morte degli animali allevati e' preceduta da trasporti lunghi ed
estenuanti verso i mattatoi. Stipati nei camion, senza potersi muovere per
molte ore e spesso molti giorni, con rare o a volte nessuna sosta per
poter bere o mangiare, soffrendo il caldo o le intemperie, arrivano al
macello in gravi condizioni di stress, spesso cosi' debilitati da non
riuscire nemmeno ad alzarsi. Qui, a causa della rapidita' delle linee di
macellazione (talvolta fino a 400 capi all’ora ognuna) molte volte non
sono storditi in maniera corretta e sono quindi coscienti quando viene
loro tagliata la gola, quando sono scuoiati, decapitati, squartati, o
quando giungono nell’acqua bollente delle vasche di scottatura. Un
operaio di un macello americano, nel corso di un’intervista, ha
dichiarato che almeno il 15% degli animali muore ogni giorno “pezzo dopo
pezzo”, roteando gli occhi e muovendo la testa (alcuni suoi colleghi
usano protezioni da hockey per non subire gravi lesioni dagli animali
agonizzanti).
Per i suini il momento del macello e' particolarmente orribile, perche' il
numero delle uccisioni e' altissimo, anche 1000 animali in una mattinata.
In queste situazioni lo stordimento molte volte non viene ben applicato, e
quindi gli animali vengono sgozzati, e poi gettati nelle vasche di acqua
bollente, ancora coscienti. Infatti, quando se ne esaminano i polmoni,
molto spesso si vede che contengono sia sangue che acqua, il che dimostra
che gli animali erano ancora vivi e hanno respirato acqua bollente quando
sono stati gettati nelle vasche.
L’unica morte davvero indolore renderebbe necessario narcotizzare
l’animale, ma questo non e' possibile, perche' le sue carni devono poi
essere mangiate. Ma anche se esistesse un tipo di macellazione senza
sofferenza, e' chiaro che non sarebbe comunque accettabile, perche' e'
l’idea stessa di uccidere un animale, come se potessimo disporre della
sua vita a nostro piacimento, che e' totalmente inaccettabile da un punto
di vista etico.
Per quanto riguarda i pesci la loro morte e' ancora peggiore: muoiono
asfissiati, in una lenta agonia, muta, perche' non siamo in grado di
sentire i suoni che emettono. A volte arrivano nei banchi delle pescherie
ancora vivi a terminare la loro agonia tra il ghiaccio. I crostacei e i
molluschi finiscono bolliti vivi!
La vera scelta per salvare animali e' quella di essere vegan. Cosa e' il
Veganismo? Un gradino oltre il Vegetarismo classico e consiste
semplicemente nel cercare di evitare ogni genere di prodotto che implichi
morte e sofferenza per gli animali, a partire ovviamente dalla dieta: e
dunque niente carne e niente pesce, ma neanche latte, latticini e uova.
Purtroppo mentre e' facile capire che mangiare carne vuol dire uccidere
animali (dopo averli costretti ad una vita di sofferenza negli
allevamenti), non sempre e' chiaro come anche gli altri prodotti animali,
latte e uova, implichino DIRETTAMENTE sfruttamento, sofferenza e morte, in
quanto oggi la loro produzione comporta sempre un loro pesante
sfruttamento; persino nei pochi allevamenti biologici, in cui gli animali
riescono a vivere in modo confacente alla loro natura, gli animali restano
mezzi di produzione e una volta finito il ciclo non vanno certo in
pensione, ma vanno al macello, nelle condizioni sopra descritte.
La base solida e coerente dell’animalismo deve essere l’antispecismo:
tutti gli animali hanno uguale diritto alla vita e non possono essere
trattati come oggetti, indipendentemente dalla loro specie. E l’unico
modo per applicare questo principio in concreto e' smettere di consumare
ogni alimento di origine animale; difficilmente si puo' parlare di diritti
degli animali, se nel frattempo si continua ad alimentare l’industria
del loro sfruttamento consumando latte, latticini e uova prodotti nelle
moderne Treblinka.
Dalla cella di un
allevamento intensivo Heidi racconta la sua storia
Come vive (soffre e muore) una mucca da latte
Il caso di Heidi non è unico. Il suo destino toccante é condiviso ogni
giorno da centinaia di migliaia di creature e rimane tuttavia all´oscuro
dell´opinione pubblica.
Heidi, un nome naturalmente inventato,rompe oggi il suo silenzio e
rilascia questa intervista nella speranza di riuscire a a smuovere
il cuore indurito degli uomini.
Red: “Heidi, abbiamo appreso che
lei desidera raccontare la storia della sua vita agli uomini”.
Heidi: “Sí, è proprio cosí”.
Red: “Bene, allora possiamo cominciare”.
Heidi: “Venni concepita, nacqui e crebbi nel mondo oscuro di
un’azienda di produzione del latte. All’età di 18 mesi venni
inseminata artificialmente, in modo che mettessi al mondo un piccolo. Il
mio proprietario acquistó allo scopo lo sperma refrigerato di un
cosiddetto toro di prima classe, selezionato nel catalogo per
corrispondenza di un’azienda specializzata. Da questo toro erano già
state fecondate circa 65.000 mie compagne di sofferenza.
Dovetti ingoiare un paio di preparati ormonali, affinché lo sperma mi
potesse fecondare con certezza.
All’età di 27 mesi portai alla luce un vitellino robusto al quale diedi
il nome di Moritz. Pesava 40 chili, una prestazione di tutto rispetto per
una giovane madre come me, dato che, secondo i criteri umani di crescita,
sarei stata una l’equivalente di una ragazza quindicenne.
Mi sono naturalmente molto rallegrata della nascita di mio figlio.
Tuttavia la mia gioia materna durò solamente un paio d’ore. Dopodiché
il mio piccolo mi venne strappato con forza. Non so che cosa gli sia
accaduto. Udii ancora per giorni il suo richiamo verso di me, dato che
venne allevato nello stesso edificio dove anch´io mi trovavo rinchiusa.
Piansi a lungo e chiamai piú volte disperata mio figlio. Siccome non
smisi di gridare venni picchiata ed insultata. Non vidi mai piú il
mio piccolo. Una mia amica mi raccontó che Moritz veniva allevato e
cresciuto con del latte artificiale. Venne in questo modo ingrassato e
portato, alla tenera etá di poche settimane, da un uomo che con un dardo
metallico dilanió il cervello del mio piccolo, appese il suo corpo
per una zampa, gli squarció la gola con un coltello affilato, e una volta
dissanguato lo fece a pezzi mentre era ancora caldo.
I pezzi di cadavere del mio piccolo Moritz, che sono considerati prelibati
e teneri dagli uomini, vennero acquistati e preparati come delicatezze in
occasione di festivitá nel cerchio familiare o di inviti particolari. Non
potevo credere che il mio padrone, che spesso mi accarezzava e mi parlava,
potesse fare tutto ció. Non potevo semplicemente crederci. Non puó
essere – pensai. Ma oggi so che questa è la triste realtá anche per le
altre mie amiche mamme.
Red: E’ una storia incredibile! E poi come proseguí?
Heidi: Un macchinario venne attaccato alle mie mammelle affinché
mi venissero succhiati oltre 30 litri di latte al giorno che poi portavano
via con un camion.. Il mio piccolo non ricevette mai il mio latte.
Ogni giorno vegetavo nel mio carcere ristretto, insieme alle mie compagne
di destino. Avevo continuamente fame e sete: l’enorme furto di latte
quotidiano mi toglieva tutte le forze!
La maggior parte del cibo che ingerivo serviva a farmi produrre il latte.
La superficie su cui giacevo per 12 ore al giorno, per ruminare o per
dormire, era solo poco più grande di uno dei vostri letti. Il terreno
calpestabile del nostro carcere, che condividevo e condivido tuttora con
circa 200 mie colleghe, è coperto di escrementi, dato che non abbiamo
altrimenti un’altro luogo dove scaricarci. In un canale che scorre
lungo la superficie calpestabile si trova un grande urinatoio che
raccoglie ogni cosa: puzza in modo orribile ed è pieno di mosche e di
altri parassiti…Vorrei scappare da questa camera di tortura; sogno verdi
distese, il vento ed una grande palla in cielo che mi riscalda. Non so
assolutamente se ció esiste nella realtá.
Red: Heidi, come´è la sua giornata tipo?
Heidi: Vengo munta, poi mangio qualcosa, poi rumino, poi dormo, poi
vengo di nuovo munta, mangio di nuovo qualcosa, rumino di nuovo ciò che
ho mangiato, dormo un po’ e tutto daccapo, ogni giorno, ogni giorno…
Non capisco perché gli uomini si comportano così. Io non voglio mangiare
così tanto ma sono costretta perché il consumo di energia dovuto alla
mungitura mi sfinisce. È davvero una sensazione orribile.
Red: Come poté superare la perdita di Moritz?
Heidi: Non ebbi troppo tempo per questo. Già due mesi dopo il
parto di Moritz venni di nuovo fecondata artificialmente ed ebbi così un
doppio carico: donare il mio latte e far crescere in me un nuovo piccolo.
Questo doppio carico mi indebolì incredibilmente. E poi avevo paura:
forse me lo portano via di nuovo! Questa non è vita!
Il mio utero si infiammó, anche per via del continuo contatto con gli
escrementi carichi di batteri e con il cibo ricco di germi. La mia febbre
e la mia infezione vennero combattuti per mezzo di antibiotici da un uomo
dal camice bianco. Il mio proprietario si arrabbiò con me perché dovette
gettare via il mio latte per un paio di giorni, a causa dei resti degli
antibiotici e dei batteri purulenti. Fui come costretta a ridivenire
velocemente sana, poiché altrimenti avrebbero fatto con me quello che
hanno fatto con Moritz, come mi disse una mia amica.
Red: Cosa accadde con il secondo figlio?
Heidi: Ridivenni sana e regalai la vita ad una femminuccia. Ma
appena mi venne portata via anche la dolce Vroni, quasi impazzii. Mia
figlia venne tuttavia lasciata in vita. Ma la mia amica mi tolse subito la
consolazione dicendomi che Vroni sarebbe stata allevata per poter prendere
presto il mio posto.
Dopo due mesi venni di nuovo fecondata. Seguì una ulteriore gravidanza
sofferente, e poi la nascita di Oscar. Non ho più urlato quando me
l’hanno portato via, ho solo pianto. Ero consapevole che non potevo fare
nulla.
Red: Come si sente di fronte a tutto ciò?
Heidi: Sono sfinita. La continua mungitura attraverso i macchinari
e le tre stressanti gravidanze mi hanno reso totalmente priva di energia e
senza speranza. Le infiammazioni all´utero diventano sempre piú forti,
le parcelle mediche sempre più care. Credo che verrò presto sostituita
da mia figlia Vroni, perché per il mio padrone non rappresento più un
fattore di rendita. Il mio proprietario qualche tempo fa, quando mi
venne fatta una perizia, disse ad un altro uomo con cui dialogava che io
avevo fornito, secondo i suoi calcoli, circa 30.000 litri di latte e che
per questo mi aveva “ammortizzata”.
Come essere vivente sono ormai allo stremo e per l’uomo sono senza più
alcun valore da un punto di vista commerciale. L’ultimo incasso che il
mio proprietario fará attraverso di me sarà con la mia macellazione. Non
potrà però incassare più di tanto: la mia carne è dura e
irrigidita a causa dei miei sforzi di questi brevi anni. Potrebbe andare
bene, come ho potuto apprendere da un colloquio, “solo per lo spezzatino
o per dei wurstel”. A parte questo, solamente un terzo dei miei pezzi
vitali è utilizzabile, dato che molti organi sono malati per via degli
effetti di tutti i medicamenti che ho dovuto ingerire. Ho appreso che
vengo oggi considerata come mucca vecchia, nonostante, come essere umano,
non avrei ancora 20 anni! Sono soltanto una “disposable cow” (una
mucca “da consumo”), come si dice in Inghilterra: per tre interi anni
quantità immense di latte e un parto dopo l´altro, poi la malattia ed il
macello.
Red: Cosa succederà di lei ora?
Heidi: Mi dia uno sguardo! Sono alla fine, stremata e piena di
acciacchi. Domani, lo sento, verrò uccisa anch’io con la stessa
brutalità che è toccata ai miei piccoli. E’ stata una vita breve,
orribile, piena di paura, dolori e sofferenza.
Per favore, vi imploro di pubblicare il nostro colloquio nella vostra
rivista, in modo che gli uomini possano apprendere dell’indicibile
sofferenza di noi animali da macello e affinché il loro cuore possa venir
toccato.
Forse qualcuno potrà decidere di cambiare le sue abitudini alimentari e
di impegnarsi a favore di noi creature senza alcun diritto. In questo modo
la mia sofferenza non sarà stata vana….
Tradotto dalla rivista tedesca
“Vegetarisch genießen” (“Gustare vegetariano”), edita dalla casa
editrice “Das Brennglass”.
Con l’autorizzazione a riprodurla (citando la fonte) in tutte le riviste
e i giornali sensibili alla sofferenza degli animali.
Per riscontri: abo@vegetarisch-geniessen.com
Internet: www.vegetarisch-geniessen.com
Quanto
vivono gli animali da macello?
L’uomo, che ritiene di essere la “corona della creazione” degrada
gli animali a ruolo di fornitori di carne e si ciba preferibilmente dei
cuccioli appena nati…
In realtà molti animali vivrebbero per natura da 20 a 40 anni, se
l’uomo non ponesse prematuramente fine in modo violento alla loro triste
e misera vita.
Chiunque si ciba di carne deve quindi rendersi conto che ciò gli viene
presentato nel piatto è in genere una parte di cucciolo di animale!
Quando vivrebbero gli animali
Come previsto dalla natura?
Alcuni esempi:
Polli: 20 anni
Maiali: 21 anni
Mucche: 30 anni in alcuni casi fino a 60 anni
Pecore: 20 anni
Anatre: 15-20 anni
Oche: 35-40 anni
Quando gli uomini li lasciano vivere: solo una manciata di mesi e al massimo qualche anno.
Necrofagia
ne|cro|fa|gì|a
s.f.
1 TS zool., abitudine propria di alcuni animali di cibarsi di carogne
2 TS psic., perversione che induce a cibarsi di cadaveri
Plutarco
Plutarco, il celebre scrittore di Cheronea vissuto nel I secolo d.C., è
autore di alcune operette di notevole interesse e spessore etico (i
cosiddetti Moralia, mai tradotti per intero in Italia), come il De esu
carnium, considerato una sorta di "manifesto" dei vegetariani, del
quale riportiamo di seguito uno stralcio.
In esso l'autore, che personalmente nutriva profondo amore per gli animali,
esprime con toni accorati il suo disgusto e il suo disprezzo per coloro che
si cibano di carne (da lui chiamati "sarcòfagi"), mettendo così
in luce l'evidente debito che il pensiero platonico, di cui egli era
esponente, ha nei confronti di quello pitagorico: Pitagora infatti, convinto
dell'esistenza della reincarnazione, proibiva categoricamente ai suoi
seguaci di cibarsi di carne.
Anche in altre opere Plutarco entra in polemica con alcuni pensatori a lui
contemporanei sul delicato ed attualissimo tema del rispetto dovuto
dall'uomo agli altri esseri viventi: in particolare, netto è il suo rifiuto
del pensiero stoico, che, considerando l'uomo come lo scopo di tutta la
creazione, subordina a lui tutto il resto del creato. La sensibilità
plutarchea, infatti, gli impedisce di considerare "inferiori" le
altre creature.
Davvero un grand'uomo (e un grande esempio per tutti noi).
De esu
carnium
(993 a - 994 b)
Tu mi chiedi in base a quale ragionamento Pitagora si sia astenuto dal
mangiare carne: io invece domando, pieno di meraviglia, con quale
disposizione, animo o pensiero il primo uomo abbia toccato con la bocca il
sangue e sfiorato con le labbra la carne di un animale ucciso, imbandendo le
tavole con cadaveri e simulacri senza vita; e abbia altresì chiamato 'cibi
prelibati' quelle membra che solo poco prima muggivano, gridavano e si
muovevano e vedevano. Come poté la vista sopportare l'uccisione di esseri
che venivano sgozzati, scorticati e fatti a pezzi, come l'olfatto resse il
fetore? Come una tale contaminazione non ripugnò al gusto, nel toccare le
piaghe di altri esseri viventi e nel bere gli umori e il sangue di ferite
letali?
"Le pelli strisciavano, le carni agli spiedi muggivano
cotte e crude, e c'era come un suono di vacche".
Questa non è che finzione, favola; tuttavia un simile pasto è veramente
mostruoso: desiderare di cibarsi di un essere che ancora sta muggendo e
designare gli animali di cui nutrirsi mentre ancora emettono suoni,
predisponendo i modi di condirli, arrostirli, servirli: si dovrebbe cercare
colui che per primo ha dato inizio a tutto questo, e non chi, più tardi, se
ne sia astenuto. Forse qualcuno potrebbe dire che per quei primi che si
dettero alla sarcofagia la causa fu proprio la mancanza di risorse; e in
effetti essi non giunsero a queste pratiche eccedendo in piaceri anomali,
contro natura, né mentre indulgevano a desideri illegittimi o godevano di
una certa abbondanza di cose necessarie. Ma se costoro oggi riacquistassero
la voce e potessero esprimere il loro sentire, direbbero: "O beati e
cari agli dèi voi che vivete ora, quale età della vita vi è dato in sorte
di godere e quale abbondanza inesauribile di beni vi è concessa! Quante
cose nascono per voi, quante ne vengono vendemmiate; quanti beni sono nei
campi, quante cose piacevoli a disposizione per essere còlte dalle piante!
Vi è consentito anche di vivere nel lusso senza contaminarvi. Noi, invece,
ci accolse la più nefasta e temibile età del tempo e della vita,
gettandoci in una profonda e irrimediabile povertà, fin dalla prima
origine; l'aria - mischiata a torbida e instabile umidità, al fuoco e alla
furia dei venti - ancora celava il cielo e gli astri; 'non si era ancora
costituito un sole' che, tenendo il corso costante e stabile
"distinguesse l'aurora e il tramonto; e che lo
portasse intorno e di nuovo indietro,
coronandolo di stagioni portatrici di frutti e
inghirlandate di fiori; anzi, la terra era devastata"
dagli straripamenti disordinati dei fiumi e in grande misura "informe
per il fango"; ed era resa selvaggia da profonde paludi, boscaglie e
macchie infruttifere; non vi era raccolto di dolci frutti, nessuno strumento
di produzione né espedienti derivati dall'abilità. Ma intanto la fame non
dava tregua e la semina degli uomini di allora non aspettava le stagioni
dell'anno. Che c'è da meravigliarsi dunque se, agendo contro natura,
abbiamo fatto uso della carne degli animali, quando si mangiava il fango e
"si divorava la corteccia del legno" ed era considerata buona
sorte trovare gramigna vigorosa o una qualche radice di giunco? Quando si
gustava, si mangiava una ghianda, si danzava per la gioia attorno a un
faggio o a una quercia, chiamandoli 'donatore di vita', 'madre', 'nutrice':
la vita, allora, conosceva solo questa festa, mentre tutto il resto era
pieno di turbamento e mestizia.
Ma quale rabbia, e in che modo, e quale furore spinge oggi a stragi
scellerate voi, voi cui tanto avanza di cose necessarie? Perché insultate
la terra come se non fosse in grado di nutrirvi? Perché commettete empietà
nei confronti di Demetra, dispensatrice di leggi, e disonorate l'amorevole
Dioniso, il signore dei vigneti, come se da essi non riceveste quanto basta?
Non vi vergognate di mischiare i dolci frutti con sangue e morte?
Chiamate selvaggi i serpenti, le pantere e i leoni, ma voi stessi uccidete
con ferocia, per nulla inferiori ad essi quanto a crudeltà: per essi
infatti l'animale ucciso è nutrimento, per voi è solo un manicaretto.
Quasi tutto ciò che
sappiamo circa la vita di Plutarco si ricava da riferimenti interni alle sue
stesse opere: in esse, egli ricorda (Moralia 385 b) di essere stato
discepolo del platonico Ammonio nell’età in cui Nerone soggiornò in
Grecia (66-67 d.C.); da questo riferimento, è possibile collocare la
nascita di Plutarco poco prima del 50 d.C. Sempre nei suoi scritti, egli
narra che la sua famiglia fu funestata dalla scomparsa prematura dei cinque
figli che Plutarco ebbe dalla moglie Timossena. Plutarco trascorse la
maggior parte della propria esistenza nella nativa Cheronea, in Beozia,
(diceva scherzosamente di non volerla rendere più piccola andandosene), ma
ciò non gli impedì di fare importanti viaggi sia in Grecia sia nelle altre
zone dell’Impero: e così si recò ad Atene (ove fu insignito della
cittadinanza onoraria), a Sparta, ad Alessandria e forse anche in Asia; ebbe
modo di visitare l’Italia e di soggiornare a Roma, senza però riuscire ad
impadronirsi alla perfezione della lingua latina per via dei molteplici
impegni politici e culturali che lo impegnarono (Vita di Demostene, 2, 2).
Plutarco divenne cittadino romano col nomen di Mestrio (tratto dall’amico
Mestrio Floro) e gli fu conferita da Traiano la dignità consolare, da
Adriano quella di suo ambasciatore in Grecia. È curioso che di queste
cariche prestigiose, di cui ci dicono Eusebio e il lessico Suda, Plutarco
non faccia mai menzione nei suoi scritti: questa apparente stranezza è
probabilmente dovuta alla fierezza greca di Plutarco, che per tutta la vita
non volle vantarsi di cariche esercitate in favore del potere romano.
Quest’ipotesi trova una potente conferma nel fatto che egli elenchi nei
suoi scritti una dopo l’altra tutte le cariche da lui rivestite in Beozia
(arconte eponimo, sovrintendente all’edilizia pubblica, telearco).
L’incarico che più ebbe a cuore fu però quello di sacerdote delfico, che
detenne per circa un ventennio e che molta influenza ebbe sulla sua
spiritualità. Molte incertezze permangono sulla data della morte di
Plutarco, che dovette in ogni caso coglierlo in età piuttosto avanzata: se
prestiamo fede a Eusebio, Plutarco non sarebbe morto dopo il 119 d.C., anche
se c’è chi sposta la data fino al 125.Le opere
I titoli delle opere scritte da Plutarco ci sono stati tramandati dal cosiddetto “catalogo di Lampria”, nome che il lessico Suda attribuisce erroneamente ad un figlio di Plutarco stesso che avrebbe compliato il catalogo degli scritti del padre. In alcuni manoscritti il catalogo è poi preceduto da un’epistola nella quale un mittente anonimo scrive ad un altrettanto anonimo destinatario chiedendo di inviargli una lista degli scritti del proprio padre. Oggi si pensa che tanto l’epistola quanto il catalogo siano certamente di epoca posteriore, e si è fissata alla notevole cifra di 260 il numero delle opere di Plutarco (di cui però alcune sono sicuramente spurie). Di questa impressionante produzione a noi è giunto soltanto un terzo. Le opere di Plutarco possono essere suddivise in due grandi gruppi: le Vite parallele (che ci sono giunte in numero di 50) e i Moralia ( Ethicà), dei quali sono sopravvissuti circa 70 scritti (non contando quelli sicuramente falsi). Le 50 Vite parallele non sono altro che 50 biografie di uomini illustri del mondo greco e romano (con l’eccezione di quella del persiano Artaserse); di queste, 44 risultano ordinate secondo coppie di personaggi appartenenti ai due popoli (Alessandro-Cesare, Demostene-Cicerone, e così via), aspetto che giustifica la denominazione di “parallele”. Nella sua opera, infatti, Plutarco instaura un vero e proprio parallelo tra le vite di illustri Romani e quelle di illustri Greci, operando un vero e proprio confronto ( sùgrisis) tra il personaggio greco e quello romano presi in esame e spiegando le ragioni di tale parallelismo. Solo quattro vite (Arato, Artaserse, Galba, Otone) sono singole, e una delle coppie risulta costituita da due personaggi per parte (Agide e Cleomene-Tiberio e Gaio Gracco), portando il numero delle biografie a 50. Nei manoscritti, le 22 coppie ci sono state tramandate nel modo seguente:
1 Teseo-Romolo; 2 Solone-Publicola; 3 Temistocle-Camillo; 4 Aristide-Catone il Vecchio; 5 Cimone-Lucullo; 6 Pericle-Fabio Massimo; 7 Nicia-Crasso; 8 Alcibiade-Coriolano; 9 Demostene-Cicerone; 10 Focione-Catone il Giovane; 11 Dione-Bruto; 12 Emilio Paolo-Timoleonte; 13 Sertorio-Eumene; 14 Filopemene-T. Flaminio; 15 Pelopida-Marcello; 16 Alessandro-Cesare; 17 Demetrio-Antonio; 18 Pirro-Mario; 19 Agide e Cleomene-Tiberio e Gaio Gracco; 20 Licurgo-Numa; 21 Lisandro-Silla; 22 Agesilao-Pompeo.
Va notato che i paralleli sopra indicati col numero 3, 10, 16 e 18 sono gli unici privi del confronto. Il procedimento del confronto tra personaggi illustri non era certo una novità (basti pensare alla celebre comparatio tra Catone e Cesare nel cap. 54 della Congiura di Catilina di Sallustio), ma è sicuramente innovativo nella sua raffinatezza l’uso che ne fa Plutarco: egli accosta un personaggio greco ad uno latino con l’intenzione (insieme politica e culturale) di avvicinare i due popoli e le due civiltà, superando i rispettivi pregiudizi e favorendo una collaborazione incentrata su un rapporto di stima e rispetto reciproci. In un contesto in cui il dominio romano è una realtà indiscutibile, ma in cui al tempo stesso la Grecia, col suo glorioso passato, non vuole essere relegata ai margini come mera colonia, Plutarco sa bene che la sua è una missione storica di unificazione e conciliazione tra due realtà diverse e potenzialmente in conflitto. Il mondo greco e quello romano sono da Plutarco intesi come due mondi complementari, quasi come se quello romano non fosse altro che una riproposizione in parallelo degli antichi eroi greci, migrati a Roma. Il mondo romano non segna dunque la fine di quello greco, ma piuttosto la sua continuazione. Ma non è questo l’unico scopo dell’opera plutarchea: ve n’è un altro, altrettanto importante, che Plutarco enuncia nell’esordio della Vita di Emilio Paolo, allorché spiega che, “guardando nella storia come in uno specchio”, egli prova a modellare in qualche modo la sua vita sulle virtù dei protagonisti della storia, aggiungendo che “non esiste modo migliore e più piacevole di migliorare i propri costumi”. Le virtù degli eroi storici sono dunque un paradigma da cui mai bisogna allontanare lo sguardo e che dev’essere conosciuto per poter essere imitato. Plutarco sa bene che, per questa via, si esce dai sentieri della storia per imboccare quelli delle biografie personali, e lo dichiara programmaticamente nella Vita di Alessandro (I, I, ss.):
“Noi non scriviamo storie, ma biografie. […] Come dunque i pittori ricavano le somiglianze dal volto e dai tratti esteriormente visibili, attraverso i quali si manifesta il carattere, così a noi dev’essere concesso di penetrare maggiormente nei segni rivelatori dell’animo e mediante questi dare un’immagine della vita di ciascuno, lasciando ad altri le grandezze e le contese”.
Nel tratteggiare la vita dei suoi
personaggi, Plutarco parte solitamente dalla gioventù, su cui si sofferma
con particolare insistenza, giacché la intende come il momento di
formazione dell’uomo e del suo éthos; poi passa alle imprese storiche
compiute (che sono una diretta emanazione dell’éthos) dal personaggio
cresciuto, per poi concludere con la vecchiaia e con la morte; numerosi sono
gli aneddoti e le frasi celebri (“meglio essere i primi in un villaggio
che i secondi a Roma”, dice ad esempio Cesare). Su un piano strettamente
filosofico, è bene rilevare come ogni personaggio tenda, da un lato, ad
assumere la fissità dell’archetipo platonico, eterno modello da imitare,
e, dall’altro lato, sia attratto nella sfera dell’incessante divenire
storico, entro cui recita dinamicamente il suo ruolo di protagonista. Sicché
ciascun personaggio è un modello platonico calato nella storia o, se
preferiamo, sceso dal cielo sulla terra, a segnalare la possibile attuazione
di quei modelli che, a tutta prima, nella loro perfezione potrebbero
sembrare meramente ideali. Questo schema è poi reso più intricato
dall’intersecarsi di un terzo piano, quello “speculare”, in forza del
quale ogni eroe greco si riflette specularmene nel suo parallelo romano, che
ne rappresenta, per così dire, una reincarnazione.
Il pensiero filosofico
Se dalle Vite parallele ci è restituita l’immagine di un “Plutarco
storico” o, meglio, biografo, quello che affiora dai Moralia è un
“Plutarco filosofo” a trecentosessanta gradi, che non conosce zone
inaccessibili alla sua indagine filosofica (dalla gnoseologia all’etica,
dalla teologia alla psicologia, dalla pedagogia alla politica, ecc.): il
titolo di Moralia, che rimanda necessariamente alla filosofia morale (e che
fu attribuito all’opera plutarchea probabilmente in forza del fatto che
gli scritti morali furono quelli più apprezzati), pare dunque riduttivo,
perché trascura il carattere enciclopedico dell’indagine plutarchea. Una
prima serie di scritti filosofici è quella di contenuto etico che sviluppa
argomenti di filosofia spicciola ad uso quotidiano:
1 De adulatore et amico; 2 De profectibus in virtute; 3 De capienda ex inimicis utilitate; 4 De amicorum multitudine; 5 De virtute et vitio; 6 Consolatio ad Apollonium; 7 De tuenda sanitate praecepta; 8 Coniugalia praecepta; 9 De virtute morali; 10 De cohibenda ira; 11 De tranquillitate animi; 12 De fraterno amore; 13 De garrulitate; 14 De curiositate; 15 De cupiditate divitiarum; 16 De vitioso pudore; 17 De invidia et odio; 18 De laude ipsius; 19 Consolatio ad uxorem; 20 Amatorius; 21 Amatoriae narrationes; 22 De vitando aere alieno; 23 De amore.
Cinque sono le opere pedagogiche:
1 De liberis educandis; 2 De audiendis poetis; 3 De audiendo; 4 De musica; 5 Pro nobilitate.
Questi sono gli scritti politici:
1 Maxime cum principibus viris philosopho esse disserendum; 2 Ad principem indoctum; 3 An seni res publica gerenda sit; 4 Praecepta gerendae rei publicae; 5 De unius in re publica dominatione, populari statue t paucorum imperio; 6 De esilio; 7 Institutio Traiani.
Presentano un contenuto marcatamente speculativo alcune opere che passano in rassegna, non senza intenti polemici, le diverse posizioni assunte dalle varie scuole filosofiche:
1 Platonicae quaestiones; 2 De animae procreatione in Timaeo; 3 De Stoicorum repugnantiis; 4 Stoicos absurdiora poetis dicere; 5 De communibus notitiis adversus Stoicos; 6 Non posse suaviter vivi secundum Epicurum; 7 Adversus Coloten; 8 De latenter vivendo; 9 De libidine et aegritudine; 10 Quod in animo humano affectibus subiectum parsne sit eius an facultas; 11 De anima.
Fin dai titoli appare evidente come nel mirino della critica di Plutarco siano soprattutto gli Stoici e gli Epicurei, ai quali il pensatore di Cheronea contrappone come antidoto il platonismo, di cui si dichiara a gran voce seguace. Di argomento spiccatamente scientifico sono una serie di opere al cui cuore sta l’indagine del mondo fisico e animale; in esse Plutarco si occupa anche di astronomia e prende posizione contro l’uso alimentare della carne:
1 De facie in orbe lunae; 2 De primo frigido; 3 Quaestiones physicae; 4 De amore prolis; 5 De sollertia animalium; 6 Bruta animalia ratione uti; 7 De esu carnium.
Alla storia della religione e a problematiche teologiche sono poi dedicati scritti che risultano interessanti soprattutto alla luce delle preziosissime informazioni antropologiche e culturali sul contesto spirituale tardo-pagano che racchiudono:
1 De superstitione; 2 De Iside et Osiride; 3 De E apud Delphos; 4 De Pythiae oraculis; 5 De defectu oraculorum; 6 De sera numinis vindicta; 7 De genio Socratis.
Presentano poi un taglio antiquario ed erudito scritti che trattano, in forma rigorosamente eziologica, di riti e usanze greche e romane:
1 Mulierum virtutes; 2 Aetia Romana; 3 Aetia Greca; 4 Regum et imperatorum apophthègmata; 5 Apophthègmata Laconica; 6 Parallela minora; De fluviis.
Plutarco si occupa anche di critica letteraria, di poetica e di retorica, anche se i suoi scritti circa questi argomenti sono andati perduti: di essi conosciamo solo i nomi, riportati nel catalogo di Lampria. Due però ci sono giunti e sono rispettivamente dedicati ad un raffronto tra Aristofane e Menandro e alla malignità di Erodoto (malignità dimostrata soprattutto ai danni dei Corinzi e dei Beoti):
1 De comparatione Aristophanis et Menandri epitome; 2 De Herodoti malignitate; 3 De vita et poesi Homeri; 4 X oratorum vitae; 5 De placitis philosophorum; 6 De proverbis Alexandrinorum; 7 Ecloga de impossibilibus; 8 De metris.
Prove di declamazione e di talento retorico sono alcuni scritti (probabilmente giovanili) in cui Plutarco esercita la propria bravura stilistica:
1 De fortuna; 2 De fortuna Romanorum; 3 De Alexandri Magni fortuna; 4 De gloria Athenensium; 5 Aquane an ignis sit utilior; 6 An virus doveri possit; 7 An vitiositas ad infelicitatem sufficiat; 8 Animine an corporis affectiones sint peiores; 9 De fato.
Contenuto miscellaneo e difficilmente classificabile hanno infine le seguenti due opere:
1 Septem sapientium convivium; 2 Quaestiones convivales.
Le due forme stilistiche che Plutarco sembra di gran lunga preferire nel fare filosofia sono quella del dialogo alla maniera platonica e quella del trattato: ma il dialogo platonico, nelle mani di Plutarco, muta radicalmente essenza, perdendo il suo splendore stilistico e il suo procedere scandito dalla dialettica della “botta e risposta” in cerca del vero; gli stessi personaggi sono ben poco artisticamente caratterizzati, e non di rado il dialogo finisce per essere solo una cornice entro cui inserire l’esposizione dell’argomento sotto forma di trattato. Lo stesso trattato assume una forma particolare, declinandosi ora come declamazione oratoria, ora come invettiva (tali sono gli scritti contro Epicurei e Stoici), e talvolta come diatriba di derivazione cinica, con frequenti aneddoti e ammonimenti rivolti al lettore e con un uso piuttosto colloquiale del linguaggio. Dal lungo elenco di titoli sopra riportati è facile evincere come Plutarco fu un ingegno enciclopedico, che si occupò di tutto, mosso da una curiositas che lo spingeva a interrogarsi su ogni cosa. È soprattutto a Platone che Plutarco si richiama espressamente, anche se la sua etica ha molti tratti comuni con quella aristotelica: dall’Accademia egli mutua l’atteggiamento antidogmatico e scettico, che lo porta spesso a ricorrere alla sospensione del giudizio (epoché), rendendolo consapevole dell’impossibilità di raggiungere in via definitiva la verità. Ma ciò non vuol dire che Plutarco sia un relativista o uno scettico tout court: il dubbio e la sospensione del giudizio vengono esercitati da Plutarco limitatamente al mondo fisico, cioè al mondo della dòxa, dell’opinione e della congettura; per quel che invece riguarda l’ambito delle eterne verità religiose e morali, egli è profondamente dogmatico, a tal punto da poter attaccare senza remore gli Stoici e gli Epicurei in nome del vero. Così, nel De primo frigido, Plutarco conclude la sua indagine sull’origine del freddo con un’inaspettata professione di scetticismo al suo interlocutore Favorino, esortandolo ad evitare oculatamente le secche del dogmatismo; e poi, negli scritti religiosi, attacca duramente quanti mettono in forse l’esistenza dell’aldilà o l’immortalità dell’anima. Sulle orme dell’amato Platone, Plutarco non ritiene assurdo o impossibile conciliare la fede in un Dio unico col politeismo della religione tradizionale, verso la quale nutre un incredibile rispetto. Non a caso egli fu sacerdote di Apollo e venne iniziato anche ai misteri dionisiaci, nutrendo una fede incrollabile nell’immortalità dell’anima e nell’aldilà, di cui abbozza una descrizione di impareggiabile suggestività nel De sera numinis vindicta. Suggestionato dal pitagorismo, Plutarco credeva anche nella trasmigrazione delle anime: questo spiega il suo vivacissimo interesse per il mondo animale, per il vegetarismo e per la lotta contro l’uso alimentare delle carni. Seguace fedele del dio delfico, Plutarco credeva alla funzione dell’arte mantica e alla veridicità degli oracoli, il cui silenzio egli prova a spiegare nel De defectu oraculorum, attraverso le tesi esposte dai vari interlocutori: una di tali tesi ipotizza addirittura l’esistenza di demoni, ossia di esseri anfibi tra l’umano e il divino, coi quali in altri scritti si cerca di render conto anche del male nel mondo e della sua apparente inconciliabilità con la provvidenza divina. In questa prospettiva, il filosofo di Cheronea non può non condannare l’ateismo e la superstizione, propugnando la rivitalizzazione dell’oracolo di Delfi. Interessato alla religione egizia, egli interpreta il mito di Iside e Osiride alla luce delle nozioni (desunte dal Timeo di Platone) di intelletto, anima del mondo e materia come ricettacolo. All’interno dei suoi dialoghi, Plutarco non esita ad introdurre, ancora una volta seguendo le orme di Platone, miti escatologici sul destino dell’anima dopo la morte; e l’ammissione dell’immortalità dell’anima facilita l’ammissione di una provvidenza divina che, nell’aldilà, premia i buoni e punisce i malvagi. È questa (formulata nel De sera numinum vindicta, scritto in cui si discute appunto del perché la divinità tardi a vendicarsi) una vera e propria teodicea che risente notevolmente del mito di Er platonico. Richiamandosi alle Leggi di Platone, Plutarco tenta poi di render conto del male nel mondo, ammettendo l’esistenza, accanto ad un principio divino razionale e buono, di un principio che genera il male:
“La nascita e la sostanza di questo universo derivano dalla mescolanza di forze contrarie ma non di ugual potenza, dato che il principio vincente è sempre quello buono. Ma non è del resto possibile che la forza del male sia del tutto annientata: essa è innata sia nella struttura fisica sia nell’anima vitale del tutto, in un’eterna lotta contro la forza del bene” (De Iside et Osiride, 49, 371 a).Come abbiamo detto, Plutarco nutre un atteggiamento profondamente ostile allo stoicismo e all’epicureismo: degli stoici, egli mette in luce le innumerevoli contraddizioni teoriche che inficiano il loro sistema, sottolineando anche l’incompatibilità tra l’impegno politico a cui essi esortano e il loro totale disimpegno e agnosticismo politico praticato nella vita di tutti i giorni. La stessa pretesa stoica di eliminare le passioni è un’assurdità degna di essere derisa: ad essa Plutarco contrappone l’antica strategia platonica di misurazione ragionata delle passioni, in modo tale da disciplinarle e renderle funzionali ad una buona costituzione politica. E del resto Plutarco recupera in toto l’antica tripartizione platonica dell’anima: una tripartizione che, com’è noto, lungi dal liquidare le passioni, le ammette e le promuove, a patto che siano regolate dalla guida lungimirante della ragione. Dell’epicureismo Plutarco attacca ogni parte, schierandosi con particolare accanimento contro l’etica: non è un caso che il giovane Marx, nella sua dissertazione dottorale (Differenza tra le filosofie della natura di Democrito e di Epicuro, 1841), non esiterà ad individuare in Plutarco (insieme con Cicerone) il massimo nemico dell’epicureismo. In particolare, il filosofo di Cheronea cerca di mettere in mostra come – parafrasando il titolo di un suo scritto – sia impossibile vivere felicemente seguendo Epicuro: e dato che l’etica è il cuore della filosofia epicurea, distrutta quella, crollerà l’intero sistema. Una sferzante requisitoria contro l’epicureismo è, ad esempio, quella condotta da Plutarco contro l’epicureo Colote e nello scritto De latenter vivendo (in cui prende di mira l’agnosticismo politico di Epicuro). Il pensatore di Cheronea, così critico verso le diverse scuole di pensiero, assume un atteggiamento di acquiescenza verso la realtà politica presente, tessendo a più riprese le lodi di Roma, alla quale riconosce il merito di assicurare la pace, la sicurezza e la libertà a quanti si affidano alla sua protezione. Il vero obiettivo politico da raggiungere è allora quello della concordia tra i cittadini, rimuovendo ogni lotta tra loro: a questo scopo, Plutarco propone un ritorno alla paideìa, sulla scia di Platone. In un’epoca in cui il disegno politico platonico è ormai irrealizzabile, resta comunque viva la linea pedagogica del filosofo delle idee, a patto che la si porti all’altezza della nuova temperie culturale, così intrisa di religione e spiritualità. Anche se non fu mai un professore di filosofia (come lo sarà di lì a non molti decenni l’aristotelico Alessandro di Afrodisia), Plutarco si occupò per tutta la vita di questioni filosofiche, con un interesse che forse lo accomuna più che ad ogni altro a Cicerone: come Cicerone, egli non è uno specialista di filosofia in senso stretto, talvolta commette errori e fraintendimenti, non elabora un sistema proprio, ma si pone in costante dialogo con le menti illustri del passato, di cui cerca di riproporre i temi. Così, nell’Amatorius, egli elabora una sorta di rifacimento del Simposio platonico, declinandolo secondo i canoni della nuova sensibilità del suo tempo e, in questo modo, scostandosi talvolta dagli insegnamenti platonici: così l’obiettivo stesso del dialogo (dimostrare la superiorità dell’amore eterosessuale rispetto a quello omosessuale) è profondamente antiplatonico; verso l’omosessualità, Plutarco mostra una vera e propria repulsione, pur senza giungere a condannarla inappellabilmente (giacché era pur sempre stata un costume di grandi ingegni antichi).Il dialogo si finge narrato da Autobulo, un figlio di Plutarco, che racconta ad un certo Flaviano un episodio risalente ad anni addietro: i genitori di Autobulo (cioè Plutarco stesso e sua moglie, Timossena) si erano recati a Tespie, ai piedi del monte Elicona, per fare un sacrificio in onore di Eros e delle Grazie; la città era sconvolta dal gran parlare che si faceva intorno alla decisione della ricca vedova Ismenodora di sposare il giovanissimo Baccone. Alcuni parenti del giovane approvano la decisione, altri la rigettano: la cosa che più colpisce è che a decidere il tutto è Ismenodora, mentre Baccone accetta passivamente le decisioni altrui. A Plutarco, appartato nel santuario di Eros, giungono informazioni sulla vicenda e ciò costituisce lo spunto per il dialogo: intanto Ismenodora macchina, con l’appoggio di Baccone, un finto rapimento del giovane, in maniera da mettere la famiglia del ragazzo di fronte al fatto già compiuto; proprio mentre Plutarco sta tessendo l’elogio del matrimonio (contrapposto all’amore omosessuale) e della virtù delle donne, arriva la notizia dell’imminente felice matrimonio tra Baccone e Ismenodora. Nel corso del dialogo, Plutarco prova a dimostrare la natura divina di Eros, messa in dubbio da un interlocutore epicureo che si rivela piuttosto critico verso la religione. Se nel Simposio platonico Eros era un daimon, Plutarco lo descrive invece come un vero e proprio dio, grazie ad un’appassionata argomentazione dialettica:
“Tu vuoi rimuovere gli inamovibili fondamenti della nostra fede negli dei, quando chiedi per ciascuno di loro una dimostrazione razionale. La fede ancestrale dei nostri padri si fonda su se stessa, non si può trovare ed escogitare prova più chiara di essa […]. Questa convinzione è una base, un fondamento comune posto all’origine della pietà religiosa; se in un solo punto viene messa in discussione la sua solidità e risulta scossa la convinzione generale, essa diventa tutta quanta instabile e sospetta” (Amatorius, 13, 756 B)
A cura di Diego Fusaro
Tratto da www.filosofico.net
Leonardo
da Vinci, genio animalista
Viaggio nell'alternativa vegetariana nella ricorrenza della morte del grande
toscano
Carmen Somaschi, presidente dell'Avi: «Il 40 per cento del raccolto
mondiale di cereali finisce negli allevamenti per produrre carne anzicchè
sfamare milioni di persone sottoalimentate. L'alimentazione vegetariana non
è sacrificio, ma scelta etica e umanitaria»
6 maggio 2006 - Paolo Baldi
Fonte: Brescia oggi
Ha firmato capolavori ineguagliati dell'arte e preparato progetti
eccezionali per l'epoca; ha realizzato studi anatomici di altissimo livello
e lasciato scritti illuminanti; ha arricchito l'umanità per tutti i secoli
e i millenni a venire e, 500 anni fa, aveva cercato persino di volare. E
dall'alto della sua immensa statura intellettuale ha lasciato in eredità
frasi come «Verrà il giorno in cui l'uccisione degli animali verrà
considerata come quella degli esseri umani». Parliamo di Leonardo da Vinci,
forse il più grande tra gli italiani di ogni epoca e celebre «avanguardia
vegetariana».
Pochi giorni fa, il 2 maggio, è caduto l'anniversario della sua morte,
avvenuta ad Amboise, in Francia, nel 1519. E la ricorrenza ci ha offerto lo
spunto per una riflessione su una delle innumerevoli peculiarità del genio
toscano: la sua dieta «nonviolenta».
Oggi la sua traccia viene seguita da milioni di persone anche in Italia. Ma
la stragrande maggioranza dei consumatori ha altre abitudini, e neppure la
recentissima ondata di timori legati all'aviaria sembra aver cambiato molto
le cose.
Eppure tantissime persone hanno visto le immagini crudissime diffuse dai
network: sequenze che hanno immortalato galline, anatre o oche infette o a
rischio cacciate in sacchi di plastica e poi sepolte vive, oppure bruciate
(sempre vive).
Ci sarà forse un effetto differito causato da quei video choc? Un augurio
in tal senso arriva dall'Associazione vegetariana italiana (Avi), i cui
vertici sono stati consultati da «Bresciaoggi» per capire cosa si può
dire di diverso, di alternativo a fronte dell'allarme quasi planetario
diffuso dall'influenza aviaria.
E con la presidente del sodalizio, Carmen Somaschi, abbiamo affrontato il
tema dell'alimentazione vegetariana da un punto di vista solo in parte
animalista, parlando innanzitutto di chi mangia troppo (e «male» secondo
chi ha deciso di abbandonare la carne) e di chi non mangia nulla.
Forse, dicono all'Avi, il consumatore può riflettere di più se gli si
ricorda che il 40 per cento del raccolto mondiale di cereali finisce negli
allevamenti, per produrre carne anzichè sfamare direttamente centinaia di
milioni di persone sottoalimentate, e tra queste un esercito sterminato di
bambini, risolvendo davvero il problema della fame nel mondo.
Forse può essere colpito dal fatto che la «produzione» di un chilo di
carne di pollo richiede due chili di cereali, che diventano 7 per quella
bovina.
Forse può far pensare che se volessimo garantire a tutti gli abitanti della
Terra la metà del consumo di carne medio dell'Europa, la produzione di
cereali necessaria avrebbe bisogno di due pianeti come il nostro. Forse
dovrebbe obbligare a pensare il fatto che con i due chili di cereali usati
per ottenere una bistecca di due etti si potrebbero saziare per un giorno
circa 8 bambini, e che ogni giorno decine di migliaia di bambini muoiono di
fame.
E non è finita. Sorvolando per il momento sul trattamento riservato agli
animali da allevamento, bisogna ricordare che, tanto per fare un esempio,
negli Stati Uniti l'inquinamento organico prodotto dalla zootecnia è 130
volte superiore a quello prodotto da 120 milioni di americani. Tutti i paesi
industrializzati sono alle prese con quantitativi folli di liquami da
smaltire su terreni che non possono più assorbirne, con polline da bruciare
negli inceneritori, e persino con i «gas serra» prodotti dalle
allevamenti: un sesto delle emissioni globali di metano deriva dai ruminanti
destinati alla tavola.
Insomma, dati alla mano, secondo l'Avi la zootecnia industriale è una
gigantesca macchina che rende più affamati gli affamati, inquina in modo
massiccio il pianeta e crea vere e proprie bombe biologiche, che nel caso
degli indescrivibili allevamenti della Cina e del Sudest asiatico, riescono
anche a generare virus «d'assalto» capaci di far tremare il pianeta. «Non
basta per fare una riflessione sul nostro stile alimentare?», si chiede
Carmen Somaschi.
E se non basta, l'Avi ha pronti altri «promemoria» buoni per la coscienza
di ognuno. Per esempio, ricorda che i famosi polli italiani allevati a terra
(bastava guardare con attenzione i numerosi filmati passano in tv nelle
settimane scorse per capirlo facilmente), restano sotto la luce 23 ore su 24
per continuare a mangiare, e raggiungono il peso «adatto» in 35 giorni di
vita. Poi vengono uccisi. E non si può fare altrimenti, perchè si tratta
di mostri della genetica, di ibridi realizzati a tavolino, e il peso enorme
dei loro petti programmati in laboratorio finirebbe letteralmente per
piegare e rompere le loro ossa e i loro tendini se potessero vivere ancora.
Identico, ovviamente, il discorso relativo ai tacchini. Poi, parlando sempre
del settore avicolo, c'è l'interessante capitolo del trasporto, con polli e
tacchini letteralmente «sparati» da macchine ad aria compressa nelle
gabbiette che si riaprono solo al macello. E se invece arriva l'aviaria,
ecco riaprirsi il capitolo delle sepolture di massa di animali ancora vivi.
All'Avi affermano che c'è una alternativa a tutto ciò, ed è
l'alimentazione vegetariana; che non è un sacrificio ma una scelta etica,
umanitaria e salutista. Per quest'ultima voce, volendo, si possono anche
chiedere notizie all'oncologo di fama internazionale, non animalista ma
vegetariano, Umberto Veronesi.
«E' uno stile di vita che deve cambiare - commenta ancora Carmen Somaschi
-: bisogna superare l'abitudine ad abbuffarsi di cibi sbagliati. Il consumo
di carne crea solo una catena di stupidità senza fine: si massacrano
milioni di animali per il consumo alimentare, e a intervalli periodici,
proprio l'allevamento intensivo causa epidemie che portano ad altri massacri
per l'eliminazione dei capi a rischio. Per stare nel mercato - aggiunge -
gli allevatori fanno cose indegne, concentrando quantità enormi di capi. E
alla fine, i carnivori pagano due volte: per acquistare la carne e per
pagare, attraverso i contributi pubblici, la ripresa degli allevamenti
azzerati dalle malattie».
C'è bisogno di un salto culturale? «Indubbiamente. Gli animali sono
considerati alla stregua di merce, non come esseri viventi capaci di
sofferenza - risponde la Somaschi -. E anche i mass media hanno un ruolo
determinante: hanno continuato e continuano a parlare del "povero
allevatore che ha perso tutto", e non dei poveri polli trattati come
sassi».
Qualcosa sta cambiando? «Fortunatamente sì. Nel '96, quando esplose per la
prima volta il caso "mucca pazza" i vegetariani italiani erano
circa un milione e mezzo. Oggi le stime Eurispes parlano di circa sei
milioni di persone».
Un appello ai consumatori? «Li invito a essere più consapevoli - conclude
la presidente Avi -, a riflettere su cosa hanno nel piatto. Perchè dal
nostro consumo, dalle nostre scelte anche alimentari dipende il futuro
nostro e di tutta l'umanità».
(Per informazioni: Avi, tel. 02/ 45471720; sito internet
www.vegetariani.it).
Lo avreste detto che Leonardo era vegetariano, ambientalista e amante degli
animali? A darcene la prova è l'autorevole testimonianza di Giorgio Vasari.
Nelle sue «Vite», lo storico racconta di come Leonardo «passando da i
luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia e
pagatogli a chi li vendeva il prezzo che n'era chiesto, li lasciava in aria
a volo, restituendoli la perduta libertà». Lo si potrebbe credere un atto
bizzarro, ma non è così. Liberando quegli uccelli appena comperati al
mercato, Leonardo non si è concesso semplicemente il lusso di un gesto
stravagante. E già dalle sue abitudini alimentari Leonardo si rivela un
amante della natura, un uomo che ha fatto del rispetto del genere animale
una regola di vita.